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Racconti 2007 giugno
(by Matteo Sebastiano Piombo)

 

 

Tre gare notturne estive

Le gare notturne in estate hanno una loro dinamica e rituali particolari. Ho avuto buone stagioni in questo tipo di gare, ma nessun estate sono andato forte come a luglio 1987. Avevo 32 anni e venivo da una primavera in cui avevo fatto solo gare di mezzofondo in pista, 800 e 1500 in 2'11"7 e 4'26"6. Forse mi mancava un pò la tenuta per gare di 5-6 km. ma affrontai le notturne più prestigiose della mia zona molto motivato. L'anno prima non ne avevo corsa nessuna, pur piacendomi quelle corse. Stavo preparando un miglio su pista e dedicai tutto luglio agli allenamenti. Poi l gara a cui tenevo falli miseramente, proprio per la troppa attesa, e così rimpiansi le gare non fatte. Così nel 1987 a inizio luglio, decisi che avrei fatto le notturne che mi piacevano, senza scelte selettive. La prima era a Pontecurone venerdì 17. Si trattava di due giri di 2,8 km. pianeggianti.
Era una gara che radunava al via quasi 300 atleti, con molti lombardi e liguri di valore. Partii forte, deciso e forse abituato agli avvii degli 800 e 1500. Ero in buona posizione ma all'inizio del secondo giro ho un calo, forse anche per un tratto di illuminazione scarsa del tracciato che si snodava nel centro del paese. Ma appena la strada si fà più illuminata e sicura riprendo il mio passo e recupero le posizioni perse. Il finale è un lungo rettilineo, di almeno 400 metri, in cui tengo la mia posizione. Sono sedicesimo assoluto e secondo nella mia categoria. Il tempo è di 19'07"0 e vinco una medaglia d'argento. Subito dietro ho due atleti ben conosciuti, e con discreti tempi sui 5000, Nicolò e Gianni che fanno 19'15". Due giorni dopo vado a fare un assurda gra di circa 5 km. a Gavi Ligure, mal organizzata e dal percorso illogico e mal tracciato. Sono al comando con due amici ma sbagliamo strada, per rirca 500 metri. Chi ci segue lo vede e non ci avverte, così vince la gara immeritatamente. Arrivo terzo ma non è certo una gara da ricordare se non in negativo. Facevo poco in allenamento, solo corsette, ero in piena forma e gareggiavo.Due giorni dopo, il martedì sera, vado ad Alessandria a fare un 3000. Era una serata afosa, piena di zanzare e moscerini, clima pessimo per correre. Arrivo terzo in 9'57"57 partendo troppo veloce e calando vistosamente nel finale (3'09" ai 1000 e 6'29" ai 2000). Ma queste due gare poco soddisfacenti a Gavi e Alessandria mi caricano per la seconda notturna prestigiosa del periodo, il memorial Traverso a Gavi Ligure. Una corsa di circa 4 km. su un tracciato tortuoso e con saliscendi di 1 km. da fare quattro volte. Una gara nervosa e impegnativa ma fantastica se la si interpretava nel modo giusto. Sono pronto e allenato ma nel riscaldamento un episodio rischia di rovinare la bellissima serata estiva. Un mio compagno di squadra arriva tutto arrabbiato per un articolo da me scritto in cui parlo di una gara in cui lui "è stato battuto". Cosa vera ma l'ignoranza umana non ha limiti. Quel tipo, che era capace di scrivere "Chennedi" parlando del presidente Usa morto a Dallas e di credere di correre a "tre e novanta al chilometro", era arrabbiatissimo e non capivamo neppure cosa fosse a farlo infuriare, tanto più che la famosa gara l'aveva persa senza attenuanti. Fortunatamente l'episodio non degenera, il facinoroso viene indotto anche da altri a togliesi dai piedi, e possiamo riprendere il riscaldamento. Partiamo divisi per categorie, perchè le strade del centro sono strette, al contrario di Pontecurone. Siamo comunque una sessantina tra M25 (atleti dai 20 ai 29 anni) e m30, la mia categoria di allora. Parto tra i primi dieci, a ritmo subito elevato. Il primo giro passo sul traguardo a ridosso dell'ottavo in 3'09". Nel secondo giro lo passo proprio sulla salita che porta alla piazza, davanti a una chiesa antica.
Decisivo è il terzo giro, qualcuno molla e recupero due posizioni. Sono sesto ma praticamente insieme al quinto, Niccolò già affrontato in gare precedenti e battuto di poco a Pontecurone. Lui alla prima curva secca prova a cambiare e mi prende qualche metro. Reagisco e gli stò vicino, aspettando il momento favorevole per il mio attacco. A circa 400 metri dal traguardo inizia la salita e lì vado via, cambio ritmo. Lo sento dietro che non molla ma capisco ci avere ancora un pò di energia per fare un altro cambio. Proprio all'ingresso della piazza, davanti ai bar, faccio la curva accelerando, e quella variazione è decisiva. Sono quinto in 13'14"8, Niccolò mi arriva di pochissimo dietro. Il quarto fà 13'10". Anche lì vinco una medaglia d'argento. Forse la scenata prima del mia non mi aveva nuociuto, anzi avevo i nervi pronti per una gara così tesa. Il martedì nuovo 3000 ad Alessandria e stavolta vado un pò meglio, sono sempre terzo ma in 9'48"2 e con una distribuzione più valida per chilometro (3'14"-3'13" e 3'21"). La gara migliore di quell'estate deve ancora arrivare. Venerdì 31 luglio ad Arquata Scrivia si corre il giro del centro storico. Quattro giri di 1400 metri con saliscendi e qualche curva a 180 gradi. Anche qui partiamo divi per categoria e siamo in 50 tra under 30 e trentenni. C'è anche il tipo della scenata di Gavi ma in gara le sue velleità spariscono quasi subito. Diversi atleti liguri forti e partenza velocissima, per un lungo rettilineo iniziale. Si arriva alla prima rampetta già scaglionati. Il primo giro sono dodicesimo e passo sul traguardo in 4'35". Troppo veloce, il riassestamento e nel secondo giro. Lo faccio in 4'53" e resto con un gruppetto di atleti che non conosco, siamo dall'ottava alla dodicesima posizione. La situazione non cambia il terzo giro, fatto nello stesso tempo di 4'53" e con gli stessi avversari. La battaglia per le posizioni comincia quando il percorso da pianeggiante passa a una leggera salita, entrando nel castello di Arquata Scrivia. Davanti ho un tipo piccolo e incitato dai suoi compagni ogni volta che icrociamo gli atleti nelle ultime posizioni. Gli urlano "dai che li batti tutti, dai che sei più forte, dai che stanno mollando". Frasi da non dire mai, perchè a lui forse non servivano a molto ma a noi davano uno stimolo in più per batterlo. Quando il tracciato fa la penultima curva, a 500 metri dal traguardo, è la parte più buia del percorso. Forse lì non si aspettava un attacco il mio rivale e proprio lì io cambio ritmo, in anticipo su quello che forse lui pensava. Lo sorprendo e entro per primo sul rettilineo finale. Lì c'è un gruppo dei suoi compagni di squadra che lo incita con urla. Quelle urla mi servono da stimolo, lo sento dietro, mi sembra che sia vicinissimo e metto in quegli ultimi 200 metri ogni energia. Non sono imballato, anzi ho un passo ancora agile e in spinta. Talmente concentrato su di lui che non mi accorgo che stò raggiungendo uno. Sul traguardo ben illuminato mi lancio come se fosse un 800 in pista e quello che mi precede deve aver creduto che volessi raggiungere lui. Finisco decimo assoluto e quinto di categoria in 19'16"1. Stesso tempo del nono arrivato. Quello che era con me a 500 metri dal traguardo fà 19'20" e batto sia Nicolò che Gianni e altri atleti con cui di solito battagliavo in gara.
Faccio defatigamento e mentre vado alla macchina per cambiarmi incrocio lo sguardo con una bella ragazza, giovane, molto carina e in abbigliamento da gara. Credo che debba ancora correre, non la conosco ma parliamo come due amici. Mi sorride, è bella, parla del percorso, sono talmente su di giri per il risultato che mi dimentico di chiederle come si chiama e di dove è. Uno di quegli incontri che vorresti continuasse e in cui il tempo sembra si fermi. Poi arrivano i miei colleghi, parlano della gara, mi stanno intorno, la ragazza carina dov'è finita ? La cerco ma non la vedo. Mi cambio, faccio un giro, ma la ragazza non la vedo più. Ma c'era davvero o era la proiezione dei miei sogni ? E' stata una gara fantastica e dopo andiamo a mangiare la pizza. Quella corsa era stato l'epilogo di quel periodo stagionale, qualche giorno dopo vado ancora ad Alessandria a fare un 5000 ma affondo in 17'59"4 facendo l'ultimo mille in quasi 4'. La forma era finita, se ne era andata quella sera di Arquata Scrivia dopo quello sprint, forse come la ragazza vista all'arrivo.

Allenamenti e gare

Ho degli amici che vanno in bicicletta la domenica mattina. Si dovrebbero chiamare ciclisti ma in realtà non hanno mai fatto una corsa in vita loro o in caso contrario aplificano al massimo esigue carriere giovanili. Hanno dai 40 ai 50 anni, fanno il loro giro turistico di 60-80 o 100 km. e poi passano la settimana a discuterne come se si trattasse di tappe pirenaiche del Tour de France. Su questi giri ormai si favoleggia, i miei amici fanno a gara a inventare iperboli più o meno grandi e a volte qualcuno la spara davvero grossa. Ascoltando i loro discorsi penso alla differenza tra la gara e l'allenamento, la reale differenza tra questa due dimensioni dell'attività agonistica. Enormemente distanti anche se ai profani (e ai turisti ciclisti della domenica mattina) forse non appare chiara. Gareggiare è tutta un altra cosa dal fare allenamento. Quando avevo 18-25 anni e praticavo atletica, facevo circa dieci allenamenti per ogni gara. In un anno agonistico, da novembre a ottobre per undici mesi, la proporzione era di circa 25-30 gare per 300 allenamenti almeno. L'allenamento ovviamente non era sempre della stessa intensità, a volte però quando si facevano ritmi, intervall training e certi lavori di fartleck l'impegno era notevole.
Ma era comunque allenamento. La gara era un altra cosa, vissuta come tale fin dai giorni precedenti e seguenti. Non potevi fare una seduta impegnativi alla vigilia di una gara ne il giorno dopo. Il giorno della gara era il giorno della gara, psicologicamente vissuto in maniera particolare.
L'attività cambia con l'età e oggi che sono un master è cambiata radicalmente. Faccio una gara ogni due-tre allenamenti, non corro più tutti i giorni da almeno 20 anni, ma la gara è sempre una cosa diversa dall'allenamento. La vivo anche oggi, pur nella sua modestia tecnica derivante da tempi molto più alti e da amatore, con impegno e concentrazione. Con la speranza di dare in gara il risultato dell'impegno in allenamento. Distinguere questi due fattori è per me naturale, spontaneo.
Allenarsi può essere impegnativo e faticoso anche oggi a volte, se faccio lavori specifici, ma è comunque allenamento e non gara. Come a vent'anni una barriera separa le due condizioni. I miei amici ciclisti della domenica mattina, abituati a sparare frottole notevoli (come quello che asserisce di aver corso sul tappeto a 21 o 23 km. all'ora e i 10.000 in meno di mezz'ora.....) danno connotazioni di gara alle loro scampagnate. Basta che uno faccia un tratto tirato di qualche kilometro e diventano seri rivali dei campioni. Come quel mio coetaneo ultracinquantenne che si immaginava rivale di Mercxk e Gimondi trent'anni fà e non ha mai fatto in vita sua neppure una corsetta da paese. Fortunatamente lo sport è anche praticato da sportivi e non solo da sbruffoni, per i quali contano solo le frottole e non la realtà.

Periostite tibiale

Stare fermi per infortunio è sempre bruttissimo per un atleta, in particolare se è la prima volta che ti tocca non poter correre per questa causa. Il mio primo serio problema muscolare arrivò nella primavera del 1977. Quell'inverno avevo potuto correre meno del solito, diversi pomeriggi, dopo il lavoro, andavo in treno a Milano per frequentare una scuola. Non avevo molto tempo e riuscivo a fare pochi allenamenti. Tutto gennaio passò senza una sola gara fatta, tra febbraio e marzo riuscii a fare tre campestri e a piazzarmi nono ai provinciali. La stagione su pista stava per cominciare e a marzo qualche allenamento meno superficiale riuscii a completarlo. Così sabato 9 aprile andai ad Asti a correre l'inusuale distanza dei 500 metri dove sfiorai il primato sociale correndo in 1'12"5. Il fine settimana successivo c'erano sulla stessa pista di Asti i campionati di società. Il mio club voleva qualificarsi per la fase regionale e io corsi regolarmente i 1500 in 4'27"6 e gli 800 in 2'08"4. Tempi superiori ai miei personali dell'anno prima ma una buona base da cui partire per migliorare.
Ma proprio la settimana dopo, il 20 aprile, finii l'allenamento con un dolore netto nella zona tibiale della gamba sinistra. I giorni seguenti provavo a correre, andavo in pista e cominciavo a corricchiare. Ma niente, faceva male ed era evidente che non sarebbe passato da solo quel problema. Sabato 23 aprile andai a Torino, allo stadio Comunale oggi olimpico, per le finali regionali del campionato di società. Ero inscritto ai 400 metri e fù una gara penosa. Partii con la gamba dolorante, non guardai nemmeno gli altri e quando arrivai nel rettilineo d'arrivo mi ritrovai ultimo, lontanissimo da tutti. Finii in 59"2 veramente demoralizzato, dovevo fermarmi, niente 800 il giorno dopo. Consultai un massaggiatore della squadra di calcio che disse che avevo la periostite tibiale. Iniziò un periodo di cure noiose tra Lasonil, sacchetti di plastica per non far assorbire la pomata ai pantaloni. Il problema non passava, e io del resto ero preso a preparare l'esame di maturità. Solo alla fine di maggio, dopo 5 settimane di inattività, tornai a correre e piano ovviamente. Ma visto che non potevo andare veloce facevo tanta strada, lentamente. Il giorno 2 giugno arrivai a fare 30 km. in pista in 2h42'. Furono le prime occasioni in cui mi dedicai al fondo. Facevo le corse di paese la domenica mattina e qualche notturna.
La periostite intanto era passata e a ottobre tornai anche in pista a fare mezzofondo.

Un allenamento poco ortodosso

Dietro a una stagione fortunata, ad alcuni buoni risultati stanno a volte fattori che certamente ne Arthur Lidyard ne Percy Cerutti avrebbero inserito nei loro manuali di allenamento. Uno di questi fattori mi ha personalmente riguardato nella primavera del 1992. Era ancora febbraio e le nostre serate passavano tra partite a carte in un bar e circolo del cinema.
Un martedì particolarmente grigio e in cui sembrava proprio nulla potesse scruoterci dal grigiore decidemmo di andare in una discoteca di un paese vicino alla mia città. Una località distante 11 km. e quando arrivammo trovammo un ambiente ancor più deprimente. Eravamo entrati da cinque minuti e già volevamo uscire. C'era il liscio e la sala era piena da persone che avevano almeno 10 o 15 anni più di noi. Ci sentivamo fuori posto, fuori luogo e a disagio. Erano quasi le undici di sera, la nebbia fuori era abbastanza fitta e pur avendo pagato il biglietto desideravamo solo andare via da quel posto. Io sono fermamente convinto che l'impatto con una nuova situazione è direttamente condizionato dai fattori che precedono questo evento. Quando siamo usciti il nostro solo desiderio era andare a casa, la serata era stata deludente. Avevamo speso 15.000 lire per stare 10' in una discoteca molto deprimente e invece che tirarci su eravamo ancor più avviliti. Ma proprio quello stato d'animo ci fece venire voglia di fare qualcosa ancora, di non chiudere così malinconicamente quella serata.
Il mio amico aveva sentito parlare di un altra discoteca, a venti km. da lì, dove il martedì sera c'era un disc jockey molto bravo. Non so perchè accettai quella assurda proposta, significava affrontare altri 20 km. di nebbia e provare un posto magari altrettanto squallido. Invece il nuovo locale ci si presentò davanti subito allettante. Penso che cercassimo davvero qualcosa quella sera e entrammo senza indugi, si pagavano 10.000 d'ingresso e andammo subito in sala. Era un locale molto più grande e l'atmosfera ci apparve subito diversa da quella dell'altro posto. La musica che suonava era anni settanta e appena entrammo iniziò una serie di sigle dei cartoni animati giapponesi di quel periodo. Jeeg Robot e similari. La pista era gremita da ragazzi e ragazze dai 25 ai 50 anni che ballavano, ma c'era ancora spazio. Senza pensarci su entrammo in quell'atmosfera e cominciammo a ballare anche noi. Quella sera mi ero allenato, avevo fatto fondo per un ora, ma non ero affatto stanco. Dopo i cartoni animati seguirono altri brani degli anni settanta, dei Village People, dei Boney M.
Il disc jockey poi mise la sigla del cartone animato Heidi, ma al ritornello invece delle frasi solite tutta la pista rispondeva con allusioni molto pesanti su Heidi...... Era un atmosfera particolare, allora era verò che il martedì in quel locale c'era un ambiente molto coinvolgente. Venimmo via alle tre del mattino per nulla stanchi, e forse solo sulla strada del ritorno pensai con preoccupazione alla sveglia del mattino dopo. Da quella sera l'appuntamento di tutti i martedì sera era su quella pista. A volte mi allenavo anche la stessa sera, ma non volevo perdere l'appuntamento col ballo. Durò fino all'anno dopo, e credo che qualche risultato positivo di quella primavera del 1992, che mi portò anche due personali migliorati, in qualche modo io l'abbia costruito sulla lucida pista di metallo di quella discoteca. Non credo nessun allenatore titolato citerà mai questa forma di allenamento, ma io resto della mia opinione, che mi abbia aiutato nel realizzare i risultati di quella stagione.

Una gara faticosa

Un risultato negativo ha il suo valore. Non ho mai concordato con quegli atleti che quando vanno male in una corsa si ritirano. Se non ci sono problemi fisici io sono dell'idea che una corsa va sempre finita, anche se stai andando molto piano. Alla fine anche se avremo di fronte un responso negativo sotto il profilo tecnico, ci avremo guadagnato anche un esperienza. E avremo anche imparato a conoscere la nostra capacità di reggere alle crisi. Ho sempre cercato di agire così, anche in giorni davvero negativi come un sabato di fine settembre del 2000. A Voghera si svolgevano i campionati pavesi master su pista e andai con alcuni amici. Non ero in brillante condizione, mi allenavo poco facendo solo corsa lenta.
Due giorni prima avevo fatto una notturna di 6 km. in 25'13" giungendo trentunesimo. Era stata una stagione condizionata da un infortunio a maggio che mi aveva costretto a star fermo un mese e mezzo. Quel pomeriggio a Voghera la logica sarebbe stata fare i 1500, non tanto per ambizioni di un risultato migliore ma per la scarsa tenuta. Invece mi iscrissi ai 10.000 per un motivo davvero poco logico. Avevo da poco acquistato un orologio con cronometro con 120 memorie e volevo provare a fare una gara lunga per prendere tutti i passaggi. Senza avere più l'impegno di ricordarmi alla fine i tempi come facevo con il mio orologio con cronometro precedente che non aveva memorie. Così alle 16,40 mi presentai sulla riga di partenza per affrontare questi 25 giri. Fino a pochi anni prima, allenandomi però un pò meglio, facevo sui 10.000 circa 38'30". Era una distanza che mi piaceva, una delle gare in pista che più mi soddisfacevano. Lo scorrere dei giri, l'avvicinarsi dei momenti decisivi, il settimo km. quando cominci a intravvedere il tragardo. Il clima era perfetto, non troppo caldo, sereno, umidità non elevata. Eravamo in 14 e subito dai primi giri cinque atleti presero il largo, tra cui il mio amico Fiorenzo che arriverà poi terzo in 37'50". Io resto col gruppo degli altri e viaggiamo inizialmente sui 4'03" al km. Non faccio fatica, anzi mi sembra che volento potrei aumentare. Ma prudentemente resto al mio posto, anche il 2 km. è passato in circa 4'. Ai 3000 siamo sempre in fila, io sono tra gli ultimi del gruppo ma passo ancora in 4'05". Primi sentori di fatica sono nel quarto km. Vengo passato da due, qualcuno si ritira, vedo fermi altri due atleti che erano davanti. Il quinto km. comincia a diventare difficile, corro meno agile, più pesante. Sono ultimo, passato da tutti, e passo ai 5000 in 20'44" ma fecendo il quinto km. in 4'23"7. Se sono così a questo punto cosa mia aspetta negli ultimi kilometri ? E' la domanda che mi pongo. Il km. seguente mi riferisco sul penultimo atleta, che mi precede di circa 100 metri adesso. Faccio 4'25"1 e bene o male spero di continuare così. Invece il settimo km. è più lento, faccio 4'33" e non ho più riferimenti, salvo gli atleti che mi doppiano, qualcuno anche per la seconda volta. In pista in realtà non si capisce più chi è davanti o dietro. E' ben chiaro a me quando uno mi raggiunge e va a un passo molto più veloce del mio. La fatica è tanta, ogni passo sembra lentissimo, l'ottavo km. sembra non arrivare mai alla fine e quando leggo 4'36" sono persino stupito, credevo di essere andato anche più piano. Il più difficile tratto della gare è il nono kilometro, cerco riferimenti nelle persone che sono intorno alla pista. Cerco qualche amico che mi inciti o dica qualcosa, tanto per darmi un pò di motivazione, per tenere alta la concentrazione. Passo ai 9 km. in 39'01" e quel km. l'ho fatto in 4'42" ma con una fatica enorme. A questo punto mancano due giri e mezzo alla fine, e cerco di andare meno piano possibile. La fatica, la pesantezza del passo, la solitudine, in pista sembra non ci sia più nessuno o quasi. Vedo amici che hanno gareggiato con me avviarsi agli spogliatoi per fare la doccia mentre a me mancano due giri completi. Interviene la voglia di finire e con tanta fatica riesco a iniziare l'ultimo giro di pista. Quando passo per la penultima volta il traguardo mi viene in mente che di lì, in quella gara, non sarei più passato. Finalmente finisce e non riesco neppure a aumentare un poco la velocità nel finale. Guardo il tempo dell'ultimo km. aspettandomi ben di peggio del 4'38"2 che segna il mio cronometro. Vado a cambiarmi e a fare finalmente anche io la doccia. L'altoparlante della pista dice i tempi, siamo arrivati in dieci e finalmente, da buon ultimo, vengo citato col tempo di 43'39"4. Non avevo mai fatto un 10.000 in gara così lento. Ironico invece ricevere una medaglia come secondo arrivato tra gli atleti di fuori provincia, ma il mio premio era stato un altro. Finire quel giorno era il mio traguardo, arrivare alla fine di quella gara. A volte sembra che quello che conti siano i risultati, ebbene quel risultato negativo fù un punto di partenza. Di lì in avanti ricominciai ad allenarmi e ritrovai stimoli per tornare in forma.


Granozzo con Monticello 1975

A volte una persona quasi sconosciuta per un attimo diventa come un vecchio amico. Alle elementari ho avuto un compagno di banco dalla prima alla quinta che si chiama Aldo. Non lo vedo da più di vent'anni e so che oggi vive da diversi anni a Parigi. All'epoca in cui dividevamo il banco
qualche volta facevamo i compiti insieme e una volta andando a casa sua ho conosciuto suo fratello Giuseppe, un ragazzo più vecchio di noi di alcuni anni che aveva dei problemi in famiglia. Anni dopo seppi che per disaccordi col padre si era trasferito ad Omegna dove viveva. Finite le elementari io e Aldo prendemmo strade diverse e praticamente non ci vedevamo più. Nel 1975 ebbe un intesa stagione di campestri e a fine gennaio andai in un paesino del novarese, Granozzo con Monticello, a fare i campionati regionali. Fù una trasferta un pò curiosa, col padre di un alto atleta che era un tipo a dir poco folkloristico e di una certa esuberanza fisica. La gara era su dodici km. e io riuscii a classificarmi trentesimo, senza fare una grande prova anche perchè ero un mezzofondista e per me 12 km. di cross erano una distanza improba. Partii prudente, rimasi tutta la gara con un atleta che viaggiava al mio passo. A un certo punto li mi chiese che tempi avevo e gli risposi "4 e 27 sui 1500 e 2'10" sugli 800"
Lui era più forte di me, andava sotto i 16' sui 5000 e faceva 4'07" sui 1500, quindi penso di non aver problemi a battermi. L'ultimo rettilineo della gara era di circa 200 metri in un campo di stoppie di granoturco dove era difficile correre per i residui delle piante. Io capii che lui voleva cambiare passo nel rettilineo finale e lo anticipai, partii prima della curva e non riuscì più a prendermi. La mia base di velocità era servita a qualcosa. Pur non avendo fatto una gran gara ero soddisfatto di quello sprint vincente e andai a cambiarmi. Lo spogliatoio era in una casupola fatiscente in mezzo alla campagna, vicino a una trattoria che sembrava una bettola. Ma c'era un atmosfera rurale molto genuina, la giornata era tiepida e si strava bene e tornando verso il campo di gara incontrai un atleta con la maglia di una società di Omegna che veniva verso di me. Mi chiese se ero di Tortona e gli risposi di si. Lui disse di aver vissuto diversi anni nella mia città e scoprii così che era il fratello del mio compagno di banco alle elementari.
Eravamo due sconosciuti ma probabilmente lui rimpiangeva gli anni vissuti a Tortona e la famiglia che aveva in qualche modo dovuto lasciare per i dissapori col genitore. Voleva sapere come era cambiata la città visto che da diversi anni viveva appunto a Omegna. Parlammo per 10' e ci salutammo, mi disse "ci vedremo in qualche prossima gara". Non lo rividi più. Quattro anni dopo, nel marzo del 1979, un giorno che ero in ferie passai nella piazza dove viveva la famiglia di questo giovanotto e casualmente, come a volte capita, feci caso a un manifesto funebre. A tutta prima il nome non mi disse nulla ma poi lo collegai a quella persona e rimasi a leggere i dettagli. Era proprio lui, era morto e 27 anni in un incidente d'auto. Rimasi colpito, non lo conoscevo si può dire, l'avevo visto qualche volta a casa sua da ragazzino e poi in quella famosa campestre. Ma mi era rimasta impressa la sua tristezza e la sensazione di infelicità dovuta a doversi separare dalla famiglia. Non ho mai saputo quali problemi avesse col padre, capaci di farlo andare a vivere da solo a 20 anni. Oggi si parla spesso di emancipazione tardiva e di chi vive in famiglia anche nell'età adulta. All'estero non è così, non so dire cosa sia meglio o peggio, ogni società ha le sue dinamiche e la sua filosofia di vita.
Io sono contento di aver potuto vivere coi miei genitori in famiglia a lungo
e quel giorno di fine inverno del 1979 mi sentivo triste al pensiero di quel giovane, morto a 27 anni, lontano da genitori, fratello e sorella. In qualche modo in quella campestre avevo visto nella sua richiesta di informazioni sulla mia città un desiderio di riallacciare un rapporto con un luogo per ritrovare un legame famigliare lacerato dai casi della vita. La campestre di Granozzo con Monticello non è stata certo indimenticabile per me, come risultato. Ma mi ha lasciato ugualmente un ricordo umano ancor oggi vivo nella sua tristezza.

Due strani allenamenti indoor

A volte anche un allenamento diventa in qualche modo memorabile, per situazioni che lo hanno prodotto. L'inverno del 1986 è stato contrassegnato da maltempo e nevicate. Allenarsi all'aperto non era sempre facile, strade sporche, il nostro circuito inagibile. Avevo ripreso a correre da poco ma in breve avevo ritrovato voglia e motivazioni. L'8 febbraio che era sabato con un amico avevo fatto una indoor a Genova correndo i 1500 in 4'42"30 e arrivando terzo assoluto. Ero talmente contento di questo risultato inaspettato (credevo al massimo di andare di poco sotto i 5') che superato il traguardo continuai a camminare sulla pista per tutta la curva e il rettilineo, guardando in alto e ringraziando il Signore per essere tornato "un atleta competitivo". Quella gara aveva galvanizzato la mia voglia di correre, e il giorno dopo, domenica di Carnevale, ero già d'accordo per tornare a Genova sempre al palasport ad accompagnare gli atleti allievi e cadetti della nostra società, impegnati in una gara. Andammo in pullman, ma per un disguido la mia presenza non era più necessaria. Infatti erano presenti due allenatrici che si sarebbero occupate di tutto. Io ero lì come turista ma mi ero portato dietro la borsa. Così senza pensarci tanto mi cambiai e iniziai a correre, anche perchè lì dentro come al solito faceva un freddo notevole. Ero da solo e andai nel piano di mezzo, dove non c'era proprio nessuno, chi si preparava alle gare girava di sotto. Il mio progetto era di correre un oretta. Alla fine però mi andava ancora di fare qualcosa di veloce e così individuai un tratto di poco meno di 200 metri (credo 180) che mi proposi di fare a fartleck recuperando il resto del giro. Iniziai questo lavoro facendo 31" / 32" nei tratti veloci e 1'30" nel resto del giro. Dopo cinque giri passai a fare 30" - 29" e poi 28" sempre con lo stesso recupero, fino a 12 giri. Finito andai avanti altri 20' a fare corsa lenta di fetigamento. Ma avevo ancora voglia, le gare sarebbero andate avanti per un pezzo e non mi andava di annoiarmi a sentire i commenti stupidi di alcuni dirigenti che di atletica capivano poco. Così corsi ancora due giri cercando di fare il mio record su quel tratto veloce. Prima lo corsi in 25"82 poi in 26"45 ma capii che era meglio smettere, così finii con ancora corsa lenta e mi andai a cambiare. Poi per scaldarmi un pò andai in un bar lì vicino a prendere un punch e tornai a seguire le ultime gare. Arrivammo a casa alle nove passate ed ero soddisfatto. Il sabato dopo c'era un altra indoor per le categorie assolute. La società mandava 5 atleti, di cui 4 allievi, e mi chiesero se i andava di andare anche io. Stavolta la trasferta era in treno e avevo anche un compagno per allenarci, un ottocentista junior da 1'58" che aveva sentito del mio lavoro la domenica precedente. Ma c'era un problema, per una regola i nostri allievi non potevano gareggiare. Quattro ragazzi si erano giocati il sabato, uscendo prima da scuola e rinunciando ad altri impegni, per passare il pomeriggio nel gelido palasport genovese senza poter gareggiare per la pignoleria di un giudice, per la verità molto antipatico. Provai a chiedere a due addetti che conoscevo, ex corridori che anni prima venivano spesso nella mia zona a correre. Ma quelli non vollero sapere ragioni. Atteggiamenti forse regolamentari ma certo non da amanti dell'atletica. I quattro ragazzi ci rimasero male e l'unico junior che poteva correre inizio a fare riscaldamento con me e l'altro ottocentista. Stavolta ci scaldammo un pò meno (25') e lì quello che doveva gareggiare andò a fare allunghi. Noi due cominciammo subito il fartleck facendo 12 giri, i primi sette a 30"-28"e gli ultimi quattro più tirati. Lui viaggiava sui 25"-24" io da 26"4 a 25"6.
Finito andammo a cambiarci, a seguire il nostro amico. Venne inserito in ultima serie e corse in 2'17"0, suo primato personale ma a quel punto mancavano solo 20' alla partenza del treno del ritorno. Veloci uscimmo dal palasport e andammo verso la stazione.. La larga strada che unisce il palasport alla stazione Brignole di Genova era quella sera di febbraio sferzata da un vento freddo, noi eravamo in 11, e in ritardo. L'ottocentista che aveva gareggiato aveva avuto appena il tempo di vestirsi e camminavamo spediti col timore di perdere il treno. Arrivammo appena in tempo e trovammo i posti per sederci esausti. La notte scendeva e guardavo le luci della Valbisagno, immaginando chissà quanti ragazzi che quella sera erano pronti a vivere il loro sabato fuori. Non sapevo a che ora sarei arrivato e temevo che non ce l'avrei fatta a mettermi d'accordo con gli amici. Arrivati a Tortona le porte automatiche del nostro vagone non si aprivano. Cercammo subito di scendere da quello vicino ma intanto il treno ripartiva verso Voghera, dove finalmente riuscimmo a scendere.
Arrivammo a casa alle nove passate, stanchi dai tanti disagi. Guardavo le facce dei quattro allievi che non avevano potuto gareggiare. Mi chiedevo che mazzata era alla loro passione per l'atletica quella giornata stressante e inutile a Genova. Se avrebbe potuto far smettere qualcuno di loro. Mi rendevo conto che una simile situazione è antipatica, e una volta era capitato anche a me, sempre a Genova nel 1976 ma quella volta era luglio e la gara era all'aperto a Sturla sulla pista Villa Gentile. Quante volte basterebbe un poco di maggior sensibilità per evitare posizioni così
nette e per negare a un ragazzo il diritto di correre.


Una sera di maggio

La primavera del 1986 era stata per me un periodo di svolte. Quesi periodi in cui la vita di porta novità continue. Talmente rapide a volte da perdere il conto. Avevo ripreso a correre e mi allenavo con impegno, i risultati erano buoni e l'essere stato fermo quasi due anni mi dava motivazione nuova.
La mia attività era fieramente contrastata da una fidanzata che era antisportiva in maniera particolare. Dello sport apprezzava solo l'aspetto
più appariscente. Le piaceva andare a fare settimane bianche,frequentare campi di tennis. Ma l'idea di una corsa di un ora che ti lascia sudato e sfinito le sembrava volgare e poco gradevole. Il padre di questa ragazza non mi era per nulla amico. Anzi decisamente nemico. Sminuiva ogni cosa che facevo, cercava di screditarmi di fronte alla figlia in ogni modo, la sua massima ambizione era che venissi mollato. O almeno che la storia finisse al più presto. Non ero il genero che si augurava di avere, O forse non voleva nessun genero e preferiva che la figlia restasse zitella. La ragazza faceva di tutto per boicottare la mia attività, era un insegnante e trovava sempre il modo di fare lezioni private, dopo la scuola del mattino, in orari che la rendessero libera di uscire con me negli orari in cui di solito mi allenavo. E quindi se volevo vederla dovevo fare equilibrismi per allenarmi. Aprile 1986 fù un mese piovosissimo, praticamente quasi ogni giorno era tempo grigio, minaccioso e poi pioveva. A volte anche tutta la giornata e ormai eravamo saturi di prendere acqua. Un pomeriggio alle quattro e mezza avevo il tempo per allenarmi. Andai alla palestra e mi cambiai, pioveva come al solito e da solo andai fuori, sul solito circuito, a correre. Quel giorno dovevo fare fartleck sui 200 metri con 200 metri di recupero di corsa. Ovviamente all'inizio è un pò antipatico bagnarsi ma una volta raggiunto un certo livello non ci si accorge più di niente. E così continuai a correre anche dopo quelle ripetute. Quel pomeriggio passeggiava in zona l'antipatico padre della mia fidanzata di allora. Si fermo a guardami mentre correvo e rimase qualche giro a vedermi passare, con aria curiosa e ironica, come si guarda un pazzo. Ovviamente quando poi andai dalla figlia per uscire lei iniziò la solita tiritera sulla stupidità di correre, sull'inutilità di questa attività, sul fatto che dovevo smettere e che a trent'anni ormai avevo corso abbastanza. Come altre volte non prestavo la minima attenzione a questi discorsi, ma iniziai a pensare seriamente di mollare quella ragazza. Qualche giorno dopo in allenamento sentii un dolore all'altezza della zona femorale sinistra. Un fastidio che però man mano che correvo passava, fino a scomparire. Ma una volta finito l'allenamento e passato un pò di tempo il male tornava. Anche alla mattina al risveglio lo sentivo. Aprile volgeva alla fine, sempre pioveva. La mia storia era quantomai in crisi, per le divergenze su tante cose. Volevo chiuderla ma lei aveva ai primi di maggio un concorso a cui teneva tanto e mi spiaceva in qualche modo condizionarne il risultato. Così sopportai ancora un pò il suo carattere bisbetico, le sue manie e l'odioso padre. In effetti ci volle molta pazienza, quando andavo a chiamarla la zia che viveva con lei mi rispondeva al citofono sgarbata, e dovevo aspettare lei in strada. Ci si chiede dopo come hai fatto a sopportare tutto questo. Proseguiva anche la mia attività e il mio problema nella zona femorale. Mi allenavo male, in orari assurdi, e a inizio maggio andai a Milano a fare un 3000 al campo XXV Aprile. Fù una gara penosa, speravo di andare sotto ai 10' invece calai vistosamente nel finale e il tempo fù di 10'09". Rimasi deluso, arrabbiato con me stesso e con totto quello che aveva contribuito a quel tempo modesto. Milano era una città che di solito mi dava stimoli positivi, quella sera mi parve di colpo bruttissima. Il giorno dopo mi decisi e chiusi quella storia senza più senso, il concorso era stato passato con successo e non avevo più ragioni per aspettare. Subito non è che ne fui contento ma il giorno dopo ero già sollevato, e andai a correre in pista. Un amico che mi conosceva da tanti anni vedendomi zoppicare nel riscaldamento mi disse che così non potevo andare avanti. Mi consigliò di andare da un massaggiatore di Sommo vicino a Pavia molto bravo. Proprio quella sera ci doveva andare il mio amico Roberto con una sua amica. Partimmo poi in quattro con un altra ragazza e quella sera conobbi Romolo. Il mio problema fù facilmente individuato in uno stiramento che nel giro di una settimana passò. Ma quell'anziano signore mi colpì non solo per la sua diagnosi esatta. Parlammo un pò di corse, di atletica, di quel mondo che conoscevo abbastanza bene. Non quanto lui. Ci salutò poi e in qualche modo lì ricominciò la mia stagione e la mia attività regolare. Era una sera di metà maggio, sui giornali si parlava del disastro di Chernobyl, la Juventus aveva vinto un altro scudetto, la gent festeggiava nelle strade e anche io festeggiavo. Non quello scudetto di cui non mi importava nulla ma perchè mi sentivo ringiovanito. Fù una bella stagione per me il 1986, e pensare che c'era qualcuno che voleva convincermi a smettere di correre.


Un atleta evoluto

Nel maggio del 1973, tornavo da Torino in treno dopo una gara, avevo 18 anni, ero juniores e facevo atletica da pochi mesi. Nel mio scompartimento c'era il nostro allenatore che parlava con un altro tecnico di mezzofondo, a me sconosciuto ma che aveva l'aria di un esperto. Parlavano di un atleta che non conoscevo e l'altro allenatore disse che era stato bravo a gestire la sua gara, pur non essendo in forma e allenato, e che ciò era dovuto al fatto che era un "atleta evoluto".
Quella definizione mi rimase in mente, per definire uno che ha imparato nella corsa quanto serve per sapersi gestire anche in condizioni non eccellenti.
Domenica scorsa ho gareggiato a Torino nel campionato italiano di corsa campestre master. Esattamente 15 e 20 anni fà avevo fatto la stessa gara, sempre a Torino, in località diverse a quella di quest'anno. Ero ovviamente anche io un atleta diverso, sia come risultati, che come impegno. Vent'anni fà ero master 30, avevo 31 anni, mi allenavo tutti i giorni. Anche 15 anni fà la mia attività era abbastanza intensa, avevo 36 anni e pur allenandomi solo 3 volte alla settimana l'impegno era ancora discreto. Riuscii così quell'anno 1992 a raggiungere poi in estate buoni tempi in pista sui 1500,3000 e 5000 metri. Oggi ho 51 anni, mi alleno al massimo due volte alla settimana e onestamente non ho più grandi ambizioni di tempi, ma mi gratifica quando riesco a raggiungere un discreto livello di forma. A Torino quest'anno ho gareggiato con una preparazione sommaria. Un leggero infortunio mi ha costretto a uno stop di 10 giorni e quindi partecipare a questa gara è stato in dubbio fino alla fine. Ma poi sono riuscito ad andare e sono stato contento di come ho gareggiato, del mio piazzamento, di come ho gestito la corsa pur in condizioni di forma sommaria e di aver vissuto una bella giornata in compagnia di altri appassionati come me della corsa. E' stato anche bello rivedere colleghi che non incontravo da anni e uno in particolare, oggi allenatore e in passato mio avversario, quando entrambi eravamo inesperti juniores. Avevamo corso un cross regionale nella stagione 1973 ed ero riuscito a batterlo di poco dopo una corsa di 7 km. testa a testa. Quella battaglia agonistica era stata la base nostra conoscenza. Dopo la gara ci andammo a cambiare e parlammo della corsa e della nostra attività. Lui correva già da tre anni e in un altra provincia. Dopo quella gara ogni tanto ci trovavamo alle corse. Facevamo attività in zone lontane tra loro, ma ogni tanto a Torino o in gare regionali lo rivedevo. Il mio amico non corre più da diversi anni, allena e non lo vedevo da molto tempo. Mi ha chiesto della mia attività. Gli ho detto che non era facile la gara che mi aspettava, ero in una condizione modesta, temevo di partire forte e poi saltare, di sbagliare ritmo. Lui però mi ha risposto dicendo che sarei andato bene perchè sono un "atleta evoluto". E mi è tornato in mente quell'altro allenatore che nel 1973 definì così un mezzofondista che aveva ben gestito la sua corsa. Ho salutato il mio amico e sono andato a fare riscaldamento con altri corridori. Ma mentre si avvicina l'ora della partenza le mie paure di una gara modesta erano in parte compensate da quella definizione, sono un atleta evoluto, so gestire quello che ho anche se non è molto. Tra le tante definizioni di uno che si dedica all'attività podistica una di quelle che sento da anni mi ha colpito è proprio questa. Un "Atleta evoluto" raccoglie in se molti aspetti del fare attività. Correre è una pratica che prende in maniera progressiva generalmente. Si comincia con poche conoscenze e molta curiosità, si fanno i primi errori valutativi, si comincia a conoscere meglio sia cosa è la corsa che le nostre caratteristiche fisiche. L'evoluzione
in fondo è soprattutto questa, conoscere approfonditamente le nostre capacità di adattamento all'esercizio corsa e riuscire ad entrare nella dimensione di atleta. Un atleta evoluto non è altro che chi ha raggiunto una adeguata conoscenza sia delle dinamiche di corsa nelle varie distanze sia della sua capacità di correre nella maniera migliore e più gratificante. Non è una percorso semplice e personalmente conosco diversi atleti con anni e anni di attività alle spalle ma senza alcuna evoluzione nella conoscenza sia del nostro sport sia di se stessi. E non è indicativo di questa evoluzione neppure il progresso nei tempi. Ci sono corridori che si allenamento massicciamente, investono tempo, energia, impegno in dure o durissime sedute e migliorano. Credendo di aver capito la dinamica della corsa. Poi però cominciano i problemi. I miglioramenti calano, arrivano i primi infortuni, si va piano anche se ci si allena molto. E iniziano i dubbi sul perchè succedono queste cose. Anche l'atleta evoluto attraversa varie fasi e a volte, nonostante abbia raggiunto una sufficente conoscenza di ciò che va fatto e ciò che non va fatto, commette errori di valutazione. Anche l'atleta evoluto ha nel suo bagaglio una componente che a volte ne pregiudica le valutazioni. E' la passione che a volte ci fà sbagliare sapendo di sbagliare.
Ma sono anche questi passaggi quasi obbligati, regressioni alla fase meno esperta che non tolgono nulla alla definizione di cui sopra. Una categoria di atleti che non invidio sono quelli che hanno praticato il nostro sport per alcuni anni (2-3 o anche più) chiudendo poi la carriera e credendo che il bagaglio che a loro resta di questo periodo siano i tempi fatti, i piazzamenti ottenuti. Ma queste persone, quasi sempre, hanno vissuto la loro esperienza agonistica in maniera più superficiale di quanto anche l'impegno intenso non dica. Onestamente penso sia una fortuna aver potuto correre 26 stagioni agonistiche, avere un lungo elenco di gare fatte e esperienze diverse. Ma alla fine di tutto questo non è nessun altro dato a darne la reale dimensione se non il sentirsi definire un "atleta evoluto" da un vecchio amico. Così domenica a Torino, dopo aver salutato il mio amico, mi sono avviato a fare riscaldamento con gli altri. Temevo sempre una gara modesta, ma mi ripetevo quella definizione e man mano la sentivo reale. Sono partito a 4'07" al km. e quel passo l'ho tenuto per i primi tre km. Poi nel secondo giro ho fatto 2 km. a 4'13" e nel sesto e ultimo sono tornato a correre a 4'07". Ho sorpassato diversi atleti nel primo giro e almeno 4 nel secondo. ma negli ultimi 50 metri sono stato battuto allo sprint da due avversari. Non ho messo le chiodate perchè ha valutato il terreno troppo duro e secco, forse avrei vinto quello sprint a tre cio chiodi ma nell'economia della corsa è stato meglio così. Mi sono andato a cambiare soddisfatto perchè soprattutto mi sono sentito un "atleta evoluto"
come mi aveva definito un ora prima quel mio amico del tempo in cui ero un inesperto juniores alle sue prime gara da mezzofondista.

Millenovecentosettantotto (1978)

Ci sono stagioni che si ricordano meno di altre, forse perchè meno brillanti, senza grandi gare, o almeno senza gare particolari da ricordare.
Stagioni un pò anonime ma all'epoca vissute intensamente e magari quei risultati erano costati più fatica di altri, perchè non è sempre facile correre.
Una stagione difficile fù per me il 1978. Lavoravo fino alle sei e di solito l'orario era rispettato. Ma l'ambiente cupo e oppressivo dell'ufficio rendeva il lavoro logorante. Il mobbing non era ancora stato inventato come termine, ma esisteva eccome e io lo conoscevo bene. Però cercavo di continuare a correre, cercavo proprio nella corsa lo sfogo all'oppressione di quel lugubre e cupo ufficio. Così alle sei e 15, ora in cui arrivavo a cara, partivo per andarmi ad allenare. L'inverno non era stato il massimo come allenamenti per due fattori condizionanti. Alcuni raffreddori e due abbondanti nevicate. Tra fine gennaio e inizio febbraio era scesa tanta neve da ingombrare strade e marciapiedi. Non esistevano allora tapis roulant, la palestra era piccola e intasata da saltatori e velocisti. Così noi dovevamo un pò arrangiarci. Sognavamo spazi coperti dove correre, come un mercato della mia città o capannoni industriali. Ma non riuscimmo a trovare soluzioni. In pista riuscimmo ad andarci solo ad aprile, ma nonostante questi problemi arrivai a una discreta forma. Una sera feci 6 volte i 500 metri in 1'28"-1'29"e qualche giorno dopo sei 800 da 2'34" a 2'40". A maggio Le prime gare su pista erano state discrete, ma i tempi che avevo ottenuto erano più alti della stagione precedente. Avevo fatto un 800 indoor in 2'12"2 e poi ad aprile a Torino avevo corso un 600 in 1'32"4.
Sui 1500 aveva un 4'41" indoor e un 4'34"6 all'aperto. Quest'ultimo tempo lo ottenni a Torino nel brutto antistadio, su una pista quasi di asfalto. Era un pomeriggio di clima bruttissimo, piovvigginava e faceva freddo, dopo la gara andai negli spogliatoi e vomitai Finalmente a maggio cominciai a correre in gara con più spirito agonistico e in un fine settimana corsi due volte gli 800 metri. Il sabato nella mia città, sulla tennisolite, in una gara provinciale. Il giorno dopo a Voghera replicai quasi lo stesso tempo 2'08"2 e 2'08"3 ma furono due gare estremamente diverse. La prima troppo lenta, passando ai 400 in 1'03" e restando troppo ad aspettare, poi alla fine vana ricerca di un tempo migliore. Il giorno dopo tattica completamente diversa, parto veloce, ai 400 sento il passaggio da un amico "uno e otto" e cosa traduco ? Un minuto e otto secondi, quindi lentissimo, così aumento ancora e con un altro atleta della mia società cerco di rimediare tirando ancora. Ma ai 600 ci piantiamo entrambi e finiamo al piccolo troppo. Il tempo che ne ricaviamo e uguale quasi a quello del giorno precedente.....perchè l'amico ha sbagliato, eravamo passati in uno minuto e otto decimi, quindi perfettemente in linea coi nostri obbiettivi di un tempo da due e quattro - due e cinque. La stagione continuò senza grandi acuti, la forma non era al massimo. La crisi venne a settembre, ed era una crisi particolare. L'anno prima avevo provato l'infortunio, il non poter correre per forza maggiore. Ma lì, nel settembre 1978 il problema era diverso. Mi allenavo ma senza nerbo. Andavo piano in gara, perchè non riuscivo ad essere me stesso. Mollavo nel momento in cui avrei dovuto reagire. La prima avvisaglia fù un 800 a Torino a inizio settembre. Faceva ancora caldo, subito in avvio mi resi conto che non girava come al solito. Passai ai 400 addirittura in 1'07". Il secondo giro fù uguale, Ero partito demotivato e finito senza un minimo di grinta. Qualche giorno dopo ad Alessandria corsi i 400 per cercare stimoli veloci. Ero in seconda corsia e mi sembravano tutti lontanissimi gli avversari. Finii terzo in 58"3, ero campione provinciale della distanza, ma quel giorno più che perdere non fui mai in corsa. Mi arresi senza combattere. Mio fratello in quel periodo aveva avuto un incidente e doveva essere operato al menisco. C'era poi la vendemmia che mi stressava sul lavoro, tra colleghi idioti, un capo incapace. Il 16 settembre era in programma un incontro intersociale a cui tutti tenevano molto. Sui 400 fui ultimo in 58"7, persi da uno che di solito battevo sempre, un atleta della mia società famoso per la poca grinta. Eppure quel giorno mi aveva battuto e un suo amico aveva scattato una foto dell'arrivo in cui il vincitore della gara era opportunamente fuori campo. Sembrava che il mio rivale avesse vinto e io avevo un espressione sofferta e distrutta. Fù fatto un ingrandimento di quella corsa che quel tipo, che si sarebbe ritirato due anni dopo, incorniciò e mise in casa sua. Chi ha pochi trionfi da celebrare lo fà sempre con gran prosaicità. Quel giorno feci anche la 4x400, anche lì niente nerbo, ultimo frazionista ero staccato da tutti quando ricevetti il testimonio e finii il mio giro in un altro anonimo 58"7. Anche lì mi fecero una foto. Per cambiare un pò il giorno dopo affrontai una corsa in montagna di 10 km. molto dura. C'era un caldo notevole e finii oltre la centesima posizione, 104° in oltre 1h07'. Un tracciato che un anno dopo avrei fatto in 55'42" e nel 1980 in 54"05. Ma quel 17 settembre 1978 ero un atleta senza grinta. La gara che chiuse quella anonima stagione, senza gloria come quasi tutte, fù un 800 nella mia città il 23 settembre. Eravamo in quattro e partii subito ultimo. Passai ai 400 in 1'04" e finii in 2'15"3, senza reagire nel secondo giro, ma "arrivando al traguardo" stanco, avvilito e demotivato. Ero impegnato con la vendemmia in ufficio e così rimasi fermo alcune settimane. Ne avevo bisogno, così non era correre. Ripresi a fine ottobre col fondo invernale.


Una estate senza corse

Il 1975 fù un anno in cui mi aspettavo molto dalla stagione su pista. Nei cross ero andato bene, mi ero piazzato secondo in tutte le gare provinciali e avevo corso bene anche alla Cinque Mulini. A marzo avevo fatto alcuni test in pista con buoni esiti con 3'25"0 su un 1200, 2'46"0 in un mille. Un sabato pomeriggio avevo poi fatto tre volte i 3000 in 9.52-10.01 e 11.02.
Ero pieno di aspettative per la stagione all'aperto, convinto di poter migliorare nettamente i miei personali. Quel mese di marzo aveva alimentato in me molte speranze. Avevo fatto un 5000 da solo una sera in 16'56"6 e in un altra occasione avevo fatto tra giri di 450 metri in un circuito misurato in 4'10"8. Ero molto fiducioso, aspettavo le prime gare in pista. Ma ad aprile cambiai lavoro e invece di avere un orario flessibile che potevo gestirmi io come prima mi toccava stare in ufficio fino alle 18,30 e anche oltre a volte. Non per reali necessità ma il capufficio ci teneva a farsi vedere lì oltre orario dal proprietario. E così, certi giorni, si rimaneva in ufficio ben oltre l'orario, fingendo di lavorare solo per "immagine". Feci qualche gara ma non riuscivo più ad allenarmi come volevo. Corsi i 1500 in 4'24"9 e gli 800 in 2'10"4. Ma non erano i risultati che mi aspettavo. Non mi allenavo bene, arrivavo tardi in pista e stanco. Così, ai primi di giugno, smisi di correre. Ma mi restò dentro una gran voglia che non sapevo come soddisfare. L'impianto dove ci allenavamo chiudeva alle 19,30 e io a quell'ora a volte mi trovavo ancora impegnato in ufficio. Trovai un amico con problemi simili e provammo a fare qualche allenamento serale insieme in un campo di calcio periferico. Correvamo e basta, ma non era sufficente per gareggiare nel mezzofondo. Così smisi di correre del tutto. Era un estate calda e al pomeriggio io lavoravo in una stanza che davanti aveva un muro di mattoni rossi. Nelle ore più assolate, dalle 2 alle 5, il sole picchiava su quei mattoni e in quel colore vedevo la pista in tennisolite in cui avrei voluto essere a fare ritmi. Facevo le registrazioni nel giornale mastro di contabilità con una macchina Audit 1766, che da anni non si usa più per questi lavori. I miei mastrini bianchi, rossi e verdi e il rumore di quella macchina mi facevano un pò dimenticare il desiderio di correre. Una signora che abitava lì vicino era una grande fan di Mal e ogni tanto iniziava a sentire "parlami d'amore Mariù" che quell'estate era in classifica tra le canzoni più vendute. La voce di Mal entrava dalle finestre aperte, e quella signora appena il disco finiva lo faceva ricominciare. Ogni tanto guardavo l'ora e alle cinque e mezza mi immaginavo andare in pista per allenarmi. Non si usciva tardi da quell'ufficio per reali necessità di lavoro, ma per la stupidità del capufficio.
Il proprietario dell'azienda era spesso fuori tutto il pomeriggio, e allora il ritmo calava e più di uno volta si finiva per fermarsi del tutto. Poi però, alle sei quando tornava, c'era il desiderio di farsi vedere al lavoro e così si rimaneva lì fino alle 19 o 19 e trenta. Il mese di luglio subentrò a giugno, incontravo i miei compagni di corse che mi parlavano dei loro tempi, cosa avrei fatto io se mi fossi allenato quell'estate dei miei 20 anni ? Alla sera si andava a fare un giro, i giorni scorrevano monotoni, leggevo sui giornali i risultati delle gare, la coppa Europa a Nizza, i meeting, le Universiadi.
Ad agosto avevo solo una settimana di ferie ma cercai di poterne fare due, volevo fare una vacanza al mio paese perchè c'era una ragazza che mi interessava. Con fatica ottenni la seconda settimana. La sera di ferragosto ebbi un disguido con la mia amica che smise di parlarmi. Dal giorno dopo cominciò a piovere e io passavo i pomeriggi al bar, seduto vicino al Juke Box che suonava "parlami d'amore Mariù" pensando alle corse non fatte, all'amica perduta, a quella estate senza sapori. In ufficio avrei fatto poco o niente in quei giorni di limitata attività. Anche settembre fù piovoso, ma alla fine del mese riuscii a cambiare lavoro e a finire a un ora decente e tornai a correre. A metà ottobre c'erano i provinciali ad Asti, ero in forma modesta ma partecipai ai 1500, non c'era nessuno di quelli che andavano forte e vinsi il mio primo titolo provinciale assoluto, in un tempo molto scarso (4'47"9). Ma avevo ripreso, l'estate del 1975 era finita e non aveva portato i risultati che in primavera pensavo. Quel giorno dei provinciali, ad Asti a metà ottobre, mentre mi cambiavo pensavo a quella stagione così piena di promesse non mantenute. Ai discorsi fatti con l'allenatore a febbraio e marzo, quando ero in piena forma e immaginavo che tempi potevo realizzare in estate. Quando nei test primaverili si vedeva già una buona prospettiva, quando la fantasia galoppava. E mentre l'annunciatore dava i risultati di quel millecinque modesto, da me vinto in un tempo lontano 25" dal mio personale, pensavo all'ironia. Quasi uguale era stato due anni prima il mio primo risultato proprio lì ad Asti sui 1500 (4'48"0) e quale ben diverso tempo avrei immaginato di fare sei mesi prima. Ma ormai la stagione 1975 era chiusa, archiviata e niente poteva ridarmi quei mesi estivi e la frustrazione di quel muro di mattoni rossi, la sera alle sei quando avrei dovuto uscire dall'ufficio e invece dovevo rimaner lì, solo per farci vedere dal proprietario dell'azienda. Non tornerà più l'estate del 1975, Mal che cantava "parlami d'amore Mariù", e non saprò mai se sarei poi riuscito a fare i tempi che pensavo.


Un k-way giallo

Due giorni fà, domenica 25 marzo, dovevo correre la mezzamaratona a Vigevano. Da giorni le previsioni del tempo davano acqua che unita alla temperatura rigida degli ultimi giorni faceva temere un clima decisamente sfavorevole per quella mattinata. Difatti al risveglio vedo che piove, e mi accingo a fare la borsa. Tra gli indumenti per la gara, per cambiarsi e le solite cose metto un kway giallo che possiedo da tanti anni e che, in diverse occasioni, mi ha dato la sensazione di possedere capacità di evitarmi la pioggia.....
Lo so che si è scettici su questo tipo di considerazioni, che di solito generano sorrisi ironici e ci fanno prendere per matti. Ma andiamo avanti.
Alle 7,15 come d'accordo arrivano i miei due amici Nicola e Enrico e partiamo, piove forte per tutto il viaggio. Attraversiamo i paesi, e ci avviciniamo al Po. Guardo le pozzanghere sulla strada, sferzate dal vento e con la pioggia che batte violenta sulla superfice dell'acqua. Non c'è tregua, penso già che ci laveremo completamente. Il nero ponte di Cornale è sferzato anch'esso senza tregua. Piove a Sannazzaro, a Garlasco e sui campi della Lomellina. Arriviamo a Vigevano con buon anticipo per trovare un posteggio e continua a piovere, anche se meno violentemente. Tiro fuori il mio kway giallo e ... mi accorgo che ha smesso di piovere. Facciamo riscaldamento, poi arriva l'ora della partenza e il cielo, cupo e minaccioso di altra pioggia, sembra in una fase di tregua. Si parte e un vento freddo si sferza, per tutta la gara, ma niente pioggia. Arrivo nel tempo che preventivavo (1h32'30") nonostante l'assurda partenza in pista che mi ha fatto fare 400 metri in 2'30" !! Vado a cambiarmi veloce, rinuncio alla doccia per l'intasamento degli spogliatoi e l'aria mi fa capire che da un momento all'altro ricomincerà a piovere. Difatti è così, alle 10,30 le goce ricominciano a cadere e quando lasciamo Vigevano e lo Stadio Dante Merlo le strade sono nuovamente sferzate da violenta pioggia. Io guardo il mio kway giallo del 1989 e ancora una volta mi chiedo se ha davvero poteri speciali ???
Così torno con la mente al passato, al novembre 1988 e a una premiazione di fine stagione. Ero allenatore di mezzofondo e la mia società mi regala un Kway giallo della Arena, bello e utile. E' un regalo non casuale, in quella primavera avevo seguito i ragazzi alle gare prendendo un sacco di pioggia e qualche volta avevo ironizzato sul fatto di aver preso più pioggia in quella primavera da allenatore che nelle quindici precedenti da atleta.
Il mio Kway giallo comincia così ad accompagnarmi alle gare, nella mia borsa, insieme ai cronometri, ai tesserini degli atleti, ai calendari delle gare e quant'altro serve quando si seguono i ragazzi in gara.
Il suo "debutto" come oggetto speciale avviene a aprile 1989 a Santhià, località mai amata da me. La pista era in mezzo ai campi e quel giorno il cielo era grigio scuro e arrivammo che pioveva. Indossai così per la prima volta il mio kway per andare a iscrivere gli atleti.
La pista in quel paese è in aperta campagna, un pò desolata e squallida. Comunque quel sabato era tempo coperto e minacciava pioggia decisamente. Portai il mio k-way giallo e dopo poco dall'inizio delle gare iniziò a piovere con una certa violenza. Presi il mio k-way e lo indossai, prevedendo che sarebbe stato un pomeriggio di pioggia. Invece 2' dopo smise e venne fuori ancora il sole. Mi tolsi il k-way e lo rimisi nella borsa. Il tempo cambiò di nuovo e nel giro di mezz'ora eravamo di nuovo sotto l'acqua. Tornai a riaprire la borsa e indossai di nuovo il mio k-way giallo. I miei allievi avevano fatto caso a questo metti e togli. Anche questa volta la pioggia di lì a poco cessò e tornai a togliermi il k-way ormai ingombrante. Passarono solo 10' e la pioggia ricominciò. Rifeci la solita trafila e per la terza volta consecutiva smise di piovere. Quando stavo per togliermi ancora l'indumento un ragazzo, più deciso degli altri, mi disse "tenga addosso il k-way giallo, quando lo mette la pioggia sembra smettere". Rimasi così tutto il pomeriggio e non piovve più. Ovviamente al ritorno ridevamo dei poteri del mio k-way e la storiella durò ancora qualche giorno. Ma un mese dopo ad Asti quando arrivammo per una nuova gara mentre diluviava una mezzofondista mi disse seria "ha mica il k-way giallo dietro ?" La risposi di si e dissi che provavo a metterlo.....Ebbene di lì a poco la pioggia cessò e le gare si svolserò senza intoppi. Ovviamente io indossai per tutto il pomeriggio quel capo che rassicurava i miei allievi. Ci fù un terzo episodio curioso, stavolta a Ovada in giugno. Anche lì un bel temporale, durato poco.....forse perchè indossai il k-way giallo ?? A fine stagione 1989 chiusi la collaborazione con quella società, e dopo qualche tempo tornai a correre. Il k-way giallo era nel mio armadio, ogni tanto lo portavo alle gare ma senza ovviamente presumere che quello scacciasse il maltempo. Domenica 11 agosto 1996 era in programma una corsa in montagna a Connio di Carrega Ligure. Isolato paesino alle pendici di un monte. Per arrivarci per noi una lunga strada affrontata sotto un vero diluvio. Mentre salivamo i contrafforti che portavano a Connio la pioggia si intensificava e c'erano anche tuoni e fulmini. Arrivati sul posto non scendevamo neppure dalla macchina, aspettavamo che piovesse un pò meno forte. Dissi al mio amico Fiorenzo "proverò a mettere il mio k-way giallo". So che vi sembrerà strano ma dopo 5' smise di piovere. La gara si svolse regolarmente. Nell'estate del 2002 invece si scorreva a Pian del Poggio, località pavese dove nasce il fiume Staffora. Era luglio ma pioveva forte, c'era persino nebbia. Arrivammo con difficoltà in quel luogo e ci riparammo sotto una tettoia mentre i giudici decidevano il da farsi. La gara venne rinviata di 30' sperando in un tempo migliore. Il tracciato era tutto sterrato e con tratti che di certo con la pioggia erano diventati anche pericolosi. Faceva anche freschetto e per ripararmi indossai il famoso k-way giallo. Non smise di piovere. Alle 9,30 quando stavamo per partire (su tracciato ridotto a soli 5 km. su asfalto) poche gocce scendevano dal cielo, poi appena partiti ci accorgemmo che non pioveva quasi più.
La sera del 1 agosto 2006 sono andato a correre un notturna a Frugarolo. Paese vicino ad Alessandria. Ed è capitato un fatto che ha rafforzato una mia convinzione. Quando siamo partiti il cielo era cupo e minaccioso ma non pioveva. Arrivati però a San Giuliano è iniziata la pioggia, che è aumentata via via d'intensità. A Frugarolo veniva giù bene e decisa.....fin quando non ho indossato il mio k-way giallo. Ebbene ha smesso anche in quell'occasione di piovere e abbiamo gareggiato in un lima quasi ideale, zanzare a parte. Ora domenica scorsa il Kway giallo ha colpito ancora e la sua leggenda dura. Devo dire però che in altre occasioni l'oggetto non ha portato alla fine della pioggia, ma ugualmente, quando è brutto tempo e piove me lo porto dietro. Sarà anche superstizione, sarà pure una coincidenza come la logica ci invita a pensare ma io continuo a portarmi il mio kway giallo quando il tempo è minaccioso.


Un equilibrio prefetto

In certe gare si creano momenti speciali, momenti perfetti che sembrano di un altra dimensione. Momenti che restano nella memoria al di fuori di quella gara e di tutto. Si creano in un momento speciale, indistruttibile nel tempo, inalterabile nella sua perfezione. Domenica 25 marzo ho corso una maratonina a Vigevano. Di questa gara mi resterà sempre un immagine nitida di una parte del tracciato, di una fase della corsa. Era una mattinata di tempo minaccioso ed era piovuto, anche abbastanza forte, fino a pochi minuti prima della partenza. Mentre facevamo riscaldamento si aveva la chiara sensazione che quella tregua sarebbe durata poco, e che presto l'acqua sarebbe tornata a bagnarci dal cielo. La partenza della corsa era stata un pò complessa, era avvenuta sulla pista dello stadio e siccome eravamo in tanti (un migliaio) c'era voluto parecchio prima di cominciare a correre liberamente, senza gli intoppi della folla. Partiti in città i primi km. erano nel centro storico. I km. passavano e lasciavamo la città per entrare in campagna, nel parco del Ticino. Non pioveva ma c'era un vento freddo fastidioso. Era decisamente un clima ostile. Non lo sapevo in quel momento ma stavo per entrare in un momento magico, in una dimensione speciale. La lunga fila dei partecipanti si snodava nelle stradine che passano tra le risaie. E io ero lì, in mezzo a tutti quei corridori come me, km. dopo km. a snocciolare la teoria della maratonina. L'atmosfera era particolare, una lunga dinamica di corridori, senza soluzione di continuità, uomini e donne, giovani e meno giovani. Un umanità varia, con maglie di colori diversi, ma accomunati dallo sforzo di superare un altro km. Di questa distanza di corsa la parte che mi piace di più è quella che va dal settimo-ottavo km. in avanti. Quando controlli il passo e cerchi la tua regolarità, il tuo ritmo, il tuo passo. E' anche quella mattina di fine inverno io guardavo regolarmente il mio cronometro, per sapere che ritmo facevo. La fila sembrava senza fine. Ero partito lento, anche per l'intasamento nel primo km. che avevo fatto addirittura in 5'03". Poi mi ero messo ad andare al mio ritmo sui 4'20"-4'18" al km. E così sorpassavo spesso atleti. Mi trovavo con un gruppetto e poi quando capivo che il mio passo era superiore, aumentavo, raggiungevo altri atleti e in pratica così ho fatto tutta la gara. Credo di aver sorpassato almeno 200 corridori quella mattina, una decina almeno solo nell'ultimo km. Ma in quelle strade tra le risaie, col cielo plumbeo sopra di noi, la strada ancora bagnata dalla recente pioggia, il vento che ci sferzava, quasi a volerci stimolare ad andare più forte, tutto sembrava far parte di un unico quadro, in cui ogni componente era inscindibile dalle altre. Come se corridori, cielo, strada e risaie fossero un quadro immobile sulla tela e non una realtà dinamica, in movimento. Mi sentivo parte di quella dimensione unica, unito al cielo, alla strada, alle risaie e ai cento e cento altri corridori di quella fredda e umida mattina di fine marzo. E nella mia mentre frullava un motivo latino americano che avevo sentito qualche giorno prima, come una colonna sonora inscindibile anch'essa dal contesto del momento. In quel lungo, infinito rettilineo si aveva la sensazione che non ci fosse proprio altro, che quella situazione sarebbe durata all'infinito, che fossimo tutti prigionieri di una dimensione diversa da quelle solite. Una realtà in cui stai sempre correndo a quel passo in un rettilineo che non finisce mai. Eravamo tutti estranei, non trovavo un solo atleta conosciuto, eppure in gara ce n'erano tanti, ma in quella fase vedevo solo sconosciuti. Proprio come se fossimo tutti in un luogo diverso, in un altra realtà, lontana, mai vista. E i km. passavano, mentre noi transitavamo vicino alle isolate cascine di quella campagna. Poca gente a guardarci, come se non vivesse nessuno in quella landa desolata e resa più triste dal cielo grigio scuro. Era un equilibrio perfetto, di quelli in cui potresti continuare all'infinito, anche col vento freddo, col cielo minaccioso di pioggia. Come se ci fosse un arcano meccanismo che blocca tutto in quella fase e impedisce alle sue componenti di lasciarla, di scappare. E come se tutte le componenti di quell'equilibrio perfetto, in fondo, non volessero andarsene per perdere la magia di quel momento. Un altro km. allo stesso passo, sembrava uguale al precedente, sembrava di essere sempre nello stesso posto, come se non ci fossimo mossi. Non facevo nessuna fatica e quando guardavo il mio cronometro le cifre erano regolari...4'16"...4'18"..... Sembrava di essere prigionieri di un altro mondo. Ma invece lasciavamo pian piano quel luogo rientrando verso la città da dove eravamo partiti. Tornavano alla realtà. Poi quell'immagine surreale improvvisamente finiva e il paesaggio cambiava. Entravamo in un altra parte di quel parco, il percorso adesso costeggiava una roggia piena d'acqua. La lunga fila di atleti non si vedeva più. I corridori erano sgranati, ognuno impegnato nella sua personale battaglia contro il tempo. Si entrava nella fase decisiva della gara, dopo l'ora. I km. passavano, erano il tredicesimo, poi il quattordicesimo, il quindicesimo.....e si avvicinava la città. Il percorso cambiava verso il 18 km. e si rivedevano le tracce della periferia di Vigevano. La magia di quella fase tra le risaie della Lomellina era finita. Ora bisognava cercare di tenere il ritmo fino alla fine. Eravamo usciti da quella surreale dimensione di rettilinei infiniti, tornati sulla terra al mattino del 25 marzo 2007. Al freddo vento, alla minaccia di pioggia, umani nelle nostre fragilità e paure. Superavo ancora avversari, guardavo le case di Vigevano, le auto posteggiate, le avvisaglie dello stadio dove dovevamo arrivare. A un incrocio un amico che era addetto a controllare quel punto difficile mi incita, e li ritorno atleta impegnato a cercare di fare il proprio risultato. Torno agonista e non più parte di un ipotetico quadro, di un momento magico e forse irripetibile nel suo perfetto equilibrio. Era l'ultimo km. La Scarpa d'Oro finiva e arrivavamo finalmente in pista. La corsa era finita, e tutto tornava "normale" e coi suoi limiti fisici, temporali e umani. Ma quell'immagine del lungo rettilineo, circondato da campi allagati, col cielo grigio cupo sopra, con una infinita teoria di atleti davanti, coi rumori di corsa, il fiato di cento avversari, tutti a spingere per arrivare prima al traguardo, rimaneva nella mente. Dopo la corsa ci siamo cambiati, abbiamo bevuto, poi aspettato sugli spalti la premiazione che riguardava altri. Verso mezzogiorno siamo ripartiti, mentre la pioggia fredda riprendeva vigorosa. E mentre guardavo le case di Vigevano sfilare sul finestrino, come un documentario sulla provincia pavese, con la pioggia che scendeva lenta e inesorabile sui vetri già bagnati, pensavo a quei rettilinei, a come erano vuoti adesso. A come sarebbero stati per tanti giorni, vuoti, solitari, perduti in una campagna senza persone. La sera della gara mi sono ritrovato con alcuni amici a magiare un pizza sempre nel pavese, a Sannazzaro. Alle 11 di sera siamo usciti dal locale mentre continuava a piovere, piano e inesorabilmente. Guardavo le pozzanghere, e la strada sembrava uguale a tante altre, a quella del mattina. Anche lì mi chiedevo come era in quel momento quel paesaggio, quella lunga strada rettilinea del mattino, dove per una frazione di tempo immensa mi era sembrato che il tempo si fosse fermato su un equilibrio perfetto.

1977

Trent'anni fà era il 1977, avevo 22 anni e venivo dalla mia migliore stagione agonista. In effetti quella stagione 1977 era iniziata tardi e con problemi. Avevo un lavoro che mi impegnava al mattino, e altri impegni di studio che mi toglievano la possibilità di allenarmi. Tra gennaio e febbraio poi avevo fatto davvero poche corse, la mia forma era quindi scadente. Ma il 1976 mi aveva lasciato molte motivazioni, molti traguardi non raggiunti per poco tra cui la barriera dei 2' sugli ottocento, che sembrava pronta ad essere frantumata. Quindi ero tutt'altro che appagato e non vedevo l'ora di avere un pò più di tempo per allenarmi. In primavera riuscivo a ritagliarmi qualche allenamento in più e cercavo la qualità del lavoro. Ma dopo le prime gare in pista iniziò a tormentarmi la periostite tibiale. Un infiammazione che curavo con scrupolo seguendo i suggerimenti del nostro massaggiatore. Quanti tubi di Lasonil, quante borse di plastica adattate per far si che il linimento non finisse sui pantaloni ma nella parte dolorante. Speravo bastasse una settimana, poi due, poi tre. Ogni tanto riprovavo a correre ma niente, il problema c'era sempre. Avevo cambiato il mio stile di corsa due anni prima, spingendo maggiormente sulle punte e migliorando così anche i miei tempi. Forse era proprio quello stile ad avermi portato quel problema. Mi fidavo del massaggiatore me il problema non passava. Così demoralizzato capii che quella stagione 1977 sarebbe stata senza record personali battuti. A maggio mi dedicai all'esame di maturità che quell'anno prevedeva per il mio istituto l'inusitata prova di inglese scritto. Avevo voti alti in tecnica bancaria e ragioneria, materie che conoscevo bene e speravo fossero la seconda prova scritta. Invece ad aprile la mazzata dell'inglese. Così riposi i miei quaderni di tecnica bancaria e ragioneria e iniziai a fare lettere commerciali in inglese. Quella primavera fù totalmente assorbita dall'esame da maggio in avanti e mi dimenticai di corse e periostite tibiale. Era una stagione iniziata

Quattro volte i millecinque

Anche gli allenamenti hanno una loro parte nella carriera di un atleta, e non marginale. A volte ci si ricorda di certi allenamenti più di alcune gare.
A volte certi allenamenti riusciti bene danno soddisfazione quasi quanto una gara, e nella nostra memoria restano nitidi come piccole imprese.
L'altro giorno parlavo con un amico che non corre da diversi anni. E mi ricordava con passione un suo allenamento dell'ultimo anno in cui ha corso. Quell'allenamento ben riuscito (6 volte i mille da 2'55" a 2'51") era ricordato come una gara, come il prologo di un buon risultato. Quel mio amico in quella serata aveva sentito di poter andare sotto i 15'00" sui 5000 (il suo personale era 15'06") e che le sensazioni di quella seduta gli avevano dato fiducia in quel risultato. Poi il destino volle diversamente. Iniziarono per lui problemi fisici e la sua carriera sportiva subì una serie di stop mortificanti. Al punto che in pratica smise lì di correre. Il racconto di quell'allenamento epico mi fece ricordare episodi legati a miei allenamenti e uno in particolare. Nell'estate del 1981, il mercoledì, ci trovavamo in diversi sulla secca pista in tennisolite della mia città. Era un estate calda e afosa, ma alle 18,30 era diventato un appuntamento quello di fare 4 volte i millecinque con recupero pieno (5'30") . La prima volta eravamo in sette, e quasi tutti svolgemmo regolarmente il nostro compito. Io quella sera tirai un pò troppo il primo (5'06") e pagai questo negli ultimi due (5'21" e 5'23") soffrendo anche. La seconda seduta fui regolare invece, correndo 4 volte da 5'14" a 5'17". Idem la terza seduta. Quel ricordo estivo di un anno in cui cercavo un tempo sui 5000 sotto i 17' (avevo 16'48" di personale fatto l'anno prima) me lo portai dietro. E 11 anni dopo, nella primavera 1992, una sera che ero solo ripetei lo stesso allenamento con recupero un pò più breve (4'30"). I primi tre 1500 non mi diedero problemi e chiusi in 5'26"-5'26" e 5'27" ma alla fine ero provatissimo. Pensavo di non partire più. In quella primavera avevo conosciuto una ragazza che mi piaceva e giocava a tennis. Era una sportiva e parlavamo volentieri delle nostre passioni legate ai rispettivi sport. La ammiravo per diverse ragioni e vedevo in lei grinta e motivazione. Quella sera alla fine del terzo millecinque non ne avevo più per ripartire, ma mi venne da pensare "se lei fosse qui e mi vedesse saltare l'ultima ripetuta cosa direbbe ?". Così mi decisi e alla fine dei 4'30" di recupero partii. Quei tre giri e trequarti di pista furono molto lunghi e faticai a finire ma ci riuscii. Guardai il mio cronometro che segnava 5'31". Era stata dura ma avevo finito. Tre settimane dopo corsi i 5000 in 17'07" e due mesi dopo in 16'42"9, mio record personale. Per arrivare a quel risultato mi allenai facendo diverse altre sedute di ritmi ma, non so perchè, quei 4x1500 furono particolari. Fù lì quella sera, ripartendo per l'ultima ripetuta che forse trovai la motivazione per cercare un risultato migliore. Ieri ero in pista con alcuni amici ed ho fatto 4 volte i 1500 con 3'30" di recupero. I tempi ora sono più alti, da 5'47" a 6'00". Però stavolta partendo per l'ultimo, provato ma deciso a cercare di finire, ho ricordato quella sera di 15 anni fà e quel pensiero sulla mia collega carina. Non la vedo da più di 10 anni e non so più niente di lei, forse non si ricorda nemmeno di me. Di certo non sa che è anche grazie a lei che in quella primavera riuscii a migliorare il mio record personale sui 5000 metri.

Finale di gara

Le gare non sono tutte uguali, anzi sono tutte diverse. Puoi fare una corsa una, dieci e anche venti volte ma ogni volta è diversa. E a volte certe gare diventano particolari. C'è una fase, in ogni gara di mezzofondo, in cui tutto si concentra e diventa decisivo. E' un momento difficile e importante, di solito è a trequarti della gara e lì, se si è fatto tutto bene, si va a cogliere il risultato. Altrimenti si va in crisi e sembra che tutti vadano via e noi non possiamo far nulla per salvare il nostro risultato. Stamattina ho gareggiato, nove km. circa, con lunghi tratti sterrati. Clima perfetto, sereno e non troppo caldo. Sono partito deciso, al passo giusto e sono rimasto con tre amici per tutta la gara. Stavo con loro, badando a tenere il loro ritmo e a non farmi staccare. Tutti piu giovani di me di 10-12 anni, tutti in forma e che pensavo mi avrebbero battuto alla fine. Stavo con loro temendo che a un certo punto sarebbero andati via, tutti e tre, lasciandomi a rallentare il ritmo per un finale cercando di non perdere troppo terreno. I km. passavano e cercavo i ragguagli del passo, per capire se tenevo il ritmo o calavo. La strada era sterrata, in certi punti stretta e difficile, piena di camminatori per la gara non competitiva a passo libero. Al settimo km. ho sentito che le sensazioni erano giuste e sono andato. Ho aumentato leggermente il mio ritmo e in quella fase ho sentito la solita vecchia magia, uguale a venticinque anni fà, sono andato via...... Gli altri sembravano fermi e non contava niente che viaggiassi a 4' al km. e non a 3'20" come mi accadeva a 25-27 anni, la sensazione era uguale, identica a quando ero un atleta agonista, a quando mi allenavo tutti i giorni e cercavo il personale. Il percorso di stamattina non era ideale per andare forte. Soprattutto nel finale c'era molta gente che occupava il tracciato. Camminatori della partenza libera. Ma non li vedevo neppure, impegnato come ero ad "andare via"...... Sembrava di essere tornato a un altro tempo, un altra età, un altra epoca...... Ho tirato fino alla fine e poi ho consegnato il mio cartellino al giudice. Ho fatto defatigamento, sono andato a cambiarmi, a bere, a fare le solite cose del dopo gara. Ma mi rimaneva in mente quel momento speciale, quando ho sentito che "potevo andare via" che tutto era a posto, che il fisico mi trasmetteva il suo suggerimento "vai via".... E lì ho capito perchè corro ancora, anche se faccio risultati sempre più modesti, anche se vado più piano dell'anno scorso. Quella corsa l'avevo già fatta, in tempi inferiori anche di 1'. Ma non conta, 35'16" nel 2004 e 35'58" nel 2005, oggi ho fatto 36'38" ma è stata una mattina speciale. Sono "andato via" ed ho fatto quello che un allenatore mio amico chiama "un finale efficace"..... Sono andato via..... Non capita tutte le volte, ma stamattina è successo. A Pavia, in riva al Ticino, su un sentierino stretto stretto, sono "andato via" come piace a me. E in quei minuti finali ero ancora una volta atleta, mezzofondista, in spinta e convinto delle proprie qualità. A volte atleti che facevano agonismo con me venti-venticinque anni fà mi chiedono se corro ancora. Poi quando rispondo mi domandano dei tempi che faccio e restano stupiti della modestia di questi odierni risultati e forse si chiedono che significato ha fare agonismo, gareggiare in pista, campestre e su strada vedendo che non fai più i risultati di 5-6 anni fà. E la risposta la so io, io che stamattina mi sono sentito atleta al settimo km. di una gara di nove. Quando sono andato via.


300 secondi

A volte insegui un obiettivo, un traguardo, un idea che sembra irraggiungibile. A volte una frase ti porta a una sfida, con te stesso, con un tuo sogno. Questa sistuazione io la stò vivendo per colpa di una gara indoor. Sabato 3 marzo ero ad Ancona a correre i campionati master al coperto e quel giorno dovevo fare, in mattinata i millecinque. Una gara da me fatta tante volte, forse un centinaio, fin dai miei esordi sportivi. Proprio i millecinque furono la prima gara in pista della mia carriera, il 25 aprile di 34 anni fà ad Asti. Quel pomeriggio il mio tempo fù di 4'48"0 e feci una gran fatica a finire. Non conosco i passaggi di quella corsa, ma visto il finale suppongo che partii troppo forte ed ebbi un vistoso calo nei 500 finale. Tanto da rischiare di arrivare ultimo della mia serie. Un avversario che era dietro, l'unico da me battuto quel giorno, mi stava recuperando e solo l'incitamento di due sue tifose ("dai che lo prendi, dai che è in crisi") mi diede la grinta e la spinta per reagire e finire davanti a lui. Quest'anno ad Ancona sapevo di essere in forma modesta, molto modesta, ma non immaginavo di correre nel mio peggior tempo di sempre sui 1500, 5'27"8.
Solo tre anni fà avevo fatto a Genova, sempre indoor, 5'10"9. Questo tempo modesto mi ha dato una motivazione per una sfida, correre i 1500 ancora in 5'00" ovvero in trecento secondi e mi ha fatto tornare alla mente altri 1500 particolari come sfida.
1984 .......non facevo atletica da due anni, andavo ogni tanto a fare qualche corsetta con gli amici ma non avevo più fatto una gara. Quel giorno d'estate un amico mi disse che c'era una gara nella mia città e si correvano proprio i 1500, avevo 29 anni e la sfida mi incuriosiva, correre i 1500 senza alcun allenamento
1990......avevo smesso di correre l'anno prima, ma ogni tanto mi allenavo con gli amici, ma andavo piano. Avevo partecipato a una gara di 12 km. che avevo finito regolarmente pur arrivando in posizione molto modesta.
A giugno volevo fare i campionati provinciali sui 1500 pensando di valere un tempo sui 5', partii deciso ma crollai dopo i mille e finii in 5'13"5, il mio peggior risultato di sempre all'epoca
1991...... mi tesseravo e facevo la visita di idoneità. Convinto che magari prima o poi avrei ripreso. Nel mese di luglio proprio quella visita mi diede lo stimolo per ricominciare. Un disguido mi costrinse a rifare l'elettrocardiogramma sotto sforzo e il timore di essere bocciato e la successiva soluzione positiva della cosa mi diede lo stimolo per allenarmi di nuovo. Avevo ripreso a correre da due mesi ma senza gareggiare, facevo dei test sui 3000 a fine seduta, e il miglior tempo di quella estate era stato un 11'27". Dei miei amici andavano a Milano al campo XXV aprile per fare una gara e decisi di accompagnarli, per riassaporare l'atmosfera. Ma poi il giorno prima decisi di portarmi la roba e gareggiare sui 1500.
1994........Vigevano, fine giugno, piena estate, caldo, una serata tipica in Lomellina, piena di zanzare. Mi sentivo motivato, partii bene ma finii in crisi, 4'46" saldando a 200 metri dal traguardo....
1998 .........Tortona ottobre
E adesso, adesso il sogno è di fare ancora un 1500 in trecento secondi


Cilavegna

Ci sono luoghi dove si va a correre non solo per il risultato, per la gara ma anche per l'atmosfera. Nel 2001, sei anni fà, nel mese di maggio feci una corsa notturna di 6 km. nel pavese, in un piccolo centro. Dopo la gara sentivo parlare di un altra corsa, in programma il giorno dopo in un paese che allora non avevo mai sentito nominare, Cilavegna. Si parlava dei premi, del percorso, della gara. Come a volte accade quei discorsi alimentarono la mia curiosità e avrei voluto andare a fare quella corsa. Ma non potevo, avevo altri impegni per la sera dopo e così mi rimase la curiosità. Sempre per circostanze varie la famosa gara notturna di Cilavegna non riuscii a correrla neppure nei due anni seguenti e finalmente nel 2004 ero pronto a scoprire questa corsa mai fatta. Ma due giorni prima della corsa un impegno fù spostato e così, ancora una volta, niente corsa a Cilavegna. Era diventato quasi un mito per me, anche se era in fondo una notturna come le altre. E nel 2005 finalmente riuscii a fare questa corsa. Scoprii così questo piccolo paese, al lembo estremo della provincia di Pavia, e per arrivarci con un amico ci mettemmo quasi un ora. Fù una bella gara, ero abbastanza in forma e mi piazzai bene, battendo diversi corridori che di solito mi arrivavano davanti. L'atmosfera dopo gara come altre volte mi colpì. Quando hai finito di correre e sei lì, nella piccola piazza del paese, insieme ad amici con cui parli di corse. Il cielo cambia gradualmente colore e diventa blu scuro, la notte si avvicina. Ero soddisfatto e mi era piaciuta quella gara. Quando verso le dieci siamo ripartiti da Cilavegna mi ripromettevo un anno dopo di correre di nuovo quella gara, ma anche nel 2006 una serie di circostanze mi impedì di gareggiare in quel simpatico paese. Quest'anno la gara era in programma il 9 di maggio, un mercoledì. Sentivo che ci sarebbe stato anche stavolta un impedimento e non sbagliavo. Però stavolta ero deciso a trovare una soluzione. Così ieri, alle 18,30, ignorai l'impegno e decisamente partii con due amiche per Cilavegna. Non sono in gran forma e il risultato è stato stavolta modesto. Sono arrivato dietro facendo una gran fatica nell'ultimo kilometro. Rispetto al 2005 una gara molto molto diversa. ma alle 10, mentre bevevo the freddo e guardavo il cielo cambiare colore e diventare blu scuro, proprio come due anni fà, ero soddisfatto di essere lì. Ignoravo i richiami dell'orologio che mi portava a pensare a cosa mi aspettava a casa con l'impegno saltato e le incombenze da fare. Le giustificazioni che avrei dovuto dare, ma in quel momento non ci pensavo. La gara mi aveva soddisfatto ed ero contento, in piazza a Cilavegna. Con la speranza tra un anno di tornare lassù, a Cilavegna e correre di nuovo quella gara, magari saltando un altro impegno.

Motivazione

Vengono dei giorni in cui la tua passione sportiva è decisamente in crisi, magari sei fuori forma, non vai come vorresti, ti senti stanco ed hai poca voglia di allenarti. Vengono dei giorni in cui senti che non vai e basta.
E in questi giorni è curioso a volte cosa ti può ridare voglia e motivazione.
Mi è capitato proprio in questi giorni. Vengo da dieci giorni di stop per un raffreddore, sono giù di condizione e vado piano, più piano di un mese fà circa. Ho parlato con un amico corridore anche lui e gli ho detto "Credo in quanto momento di non essere in grado di correre un 5000 in 20 minuti".
Lo stesso giorno abbiamo fatto allenamento insieme, 40' in pista a 5'20" al km. Giravo cercando sensazioni positive, motivazione. Ero un pò demotivato in realtà. E all'improvviso è entrato nel campo di calcio vicino alla pista un gruppo di ragazze giovani, che si allenavano. E a guidarle un signore corpulento, con una vistosa pinguedine. In maglietta e pantaloncini sembrava più comico. Il mio amico mi ha detto "ma non lo riconosci chi è"
L'ho guadato meglio ed ho visto che era un mio compagno di società della prima stagione agonista, il 1973. Quel tipo ha la mia età e da juniores era un personaggio davvero antipatico, per non dire odioso. Correva con grande impegno e faceva 4.12 sui 1500 e 16.08 sui 5000. Ci trattava come fossimo nullità, valutava le persone solo in base al tempo che avevano, noi avevamo risultati peggiori dei suoi quindi.........un razzismo che lascia un pò stupiti. Ad ogni modo durò poco, credo che non riuscì a fare 20 gare in tre anni di attività. Bastava niente e si ritirava, due volte lo ha fatto perchè io stavo battendolo. Convinto così di evitare di arrivarmi dietro. Cambiò tre società in tre stagioni, da tutte e tre se ne andò in malo modo, senza rimpianto per le società e meno che tutto da parte dei compagni di squadra.
Nel 1974 partecipò al cross del Campaccio dove ero anche io iscritto. Eravamo di due società diverse quell'anno e lui mentre ci riscaldavamo mi disse "una società seria non iscriverebbe un atleta modesto come te a una gara come questa". Io finii la mia gara arrivando 94 esimo ma regolarmente classificato. Lui si ritirò dopo pochi kilometri. Ero tentato di andargli a dire "una società seria non manderebbe a questa corsa un atleta che non è capace nemmeno di finirla" ma desistetti, sarei sceso al suo livello. Non eravamo affatto amici. Mi stava molto antipatico e per me è sempre stato il prototipo del peggior atleta mai conosciuto, anzi per me quello non è affatto un atleta. Ebbene vederlo così grosso e mal messo, vestito qausi da far ridere, mi ha fatto sentire meglio. Io andrò pure piano, farò pure più di 20 minuti sui 5000 ma quello non è in grado oggi di sopravvivere a un 5000.


Giugno del 1974

E' fine maggio e quest'anno l'estate sembra in anticipo. L'aria profuma dell'aroma dei tigli in fiore. E' l'estate dei tigli. Questo profumo mi riporta a tante estati, in cui questi giorni coincidevano con la fine della scuola.
In particolare il giugno del 1974. Avevo 19 anni e correvo da circa un anno e mezzo. Quella primavera nonostante mi fossi allenato con discreto impegno non avevo migliorato il mio record personale sui 1500 dell'anno prima (4'38"0). In quel periodo però avevo iniziato ad allenarmi con un nuovo allenatore. Aveva 25 anni e stava svolgendo il servizio militare. Era a casa in licenza per una convalescenza ma si allenava con noi tutti i giorni. Così aveva creato un gruppo di mezzofondisti e io avevo cominciato a fare lavori diversi dai soliti. Ripetute con recuperi maggiori, prove anche di velocità. Il mio professore di ginnastica a scuola mi aveva consigliato di migliorare proprio la velocità per riuscire poi a fare tempi migliori nel mezzofondo. L'allenatore dell'anno prima non perdeva tempo con me e con altri atleti di tempi modesti. Così ci eravamo dati da fare per avere un nuovo trainer. E grazie alla sua licenza dal militare il nostro amico ci seguiva. A maggio avevo migliorato sugli 800 in maniera modesta, passando da 2'19"0 del 1973 a 2'18"8. Avevo fatto un 2000 in 6'32"3 che era anch'esso nuovo personale (rispetto al 6'38"0 dell'anno prima) ma non era certo un tempo che mi dava fiducia sulla mia condizione. Ma il primo giugno quando andai a Novi Ligure per un meeting provinciale sentivo di poter far meglio. Già nel riscaldamento avvertivo sensazioni positive. Non sempre significa qualcosa ma a volte. Anche negli allunghi sentivo le gambe sciolte e pronte alla gara. Ero nella seconda serie, la prima era stata vinta in 2'04"9 e di quattro partenti tre soli avevano finito, il peggio in 2'06"8. Il mio allenatore era secondo con lo stesso tempo del vincitore. Il ritirato era uno sbruffone che si era fermato ai 400 sentento il passaggio di 61" a cui dire troppo lento. La pista era in tennisolite con le corsie segnate ancora con la calce. Partii in prima corsia e subito mi trovai ultimo, almeno così mi sembrava vista la decalance. All'epoca si faceva in corsia solo la prima curva e quando usciamo in rettilineo mi ritrovo secondo su sei partenti. Così resto fino ai 400. Al passaggio sul traguardo mi gridano il tempo di 1'05" che mi fa capire che il personale è possibile. Così appena attacco la curva passo il battistrada e mi trovo al comando della gara. E' una gran bella sensazione. Il mio nuovo allenatore partirà in ultima serie e mi incita a tenere quel passo. Ai 600 sono ancora in testa ma dopo 30 metri mi passa uno, dinoccolato e che sembra deciso a lasciarmi. Cerco di tenere il suo ritmo ma non ci riesco. Mi va via ma tengo il suo passo in rettilineo e finisco ancora in spinta. La gara finisce e la terza serie parte, subito più lenta. Viene vinta in 3'23" così io sono quinto totale e primo juniores. Non era la prima vittoria in pista ma il mio tempo è di 2'13"5, nuovo personale. Per il resto del mese sono impegnato con l'esame di abilitazione professionale che avevo preparato con cura. Infatti vengo poi promosso con la media di 7,9 ottenendo la qualifica. Il giorno 22, sabato, soddisfatto del risultato scolastico vado a Genova a correre sul Poorplastic di Villa Gentile a Sturla nuovamente gli 800. Mi sono allenato poco quei 20 giorni ma non superficialmente. Ho curato la velocità. Sono in terza serie e parto subito deciso passando ai 400 in 1'03"5. Seento di poter far bene e passo due avversari prima dei 600 dove il mio allenatore mi grida un altro passaggio decisivo "1'35"0". Non ho esitazioni, spingo a tutta e nel rettilineo mantengo il quinto posto finendo bene con il nuovo personale di 2'10"4. Il mio allenatore fà anche lui il personale con 2'02"2. Torno contento nel pomeriggio estivo, anche l'autostrada sembra bella col ricordo di quella gara riuscita bene. La domenica dopo c'è un meeting in pista nella mia città in cui sono previsti i 400 e i 3000. Quel fine settimana la mia famiglia va al paese anche perchè il giorno 29 era allora festivo (San Pietro e Paolo). Così devo tornare in treno la mattina della gara svegliandomi alle 6,00 e cambiando a Sampierdarena. Non è un sacrificio e mentre il treno viaggia nella campagna, guardo i profili delle Alpi all'orizzonte e penso alla gara che mi aspetta. Trovo in treno un signore che dirigeva allora la filodrammatica del paese in cui avevo recitato l'estate prima. Un signore simpatico ma un pò noioso che mi martella coi suoi discorsi, va in vacanza dai suoceri in Trentino ma a me non interessa per nulla. Arrivo in orario e vado a prendere la borsa a casa, ho fretta e cado sbucciandomi leggermente la mano. Mi medico in fretta e alle 9,00 sono regolarmente in pista. Il mio allenatore mi consiglia di fare i 400. Ma per un disguido un dirigente della società mi aveva iscritto anche ai 3000. Sono in programma due serie e io sono nella prima, la più scarsa. Ho messo il mio personale che è allora di 59"4. Ma appena chiamano il "pronti" sento le stesse sensazioni della gara precedente e vado via subito, senza esitazioni. Vinco la serie in 56"0 e l'allenatore dei velocisti mi prende addirittura 55"9. Sono contento e mentre faccio defatigamento passo vicino al gruppo che parte per i 3000, sono solo in due e sono già le 11 del mattino. Fà molto caldo e sento chiamare il mio nome. Non era logico, non aveva senso ma non dico nulla e mi metto in riga pronto a partire. I due rivali vanno piano, a circa 4' al kilometro. Stò col loro tutta la gara poi ai 200 finali cambio leggermente ritmo e vinco la gara in 12'12"0. Ero contento, tre record in un mese e mi aspettava ancora una gara pochi giorni dopo. Giovedì 4 luglio dovevo infatti fare un 1500 a Torino allo stadio comunale dove giocavano Torino e Juventus. Un meeting notturno a cui andai col mio allenatore e due velocisti. Erano previse quattro serie e col mio tempo di iscrizione di 4'38"0 fatto l'anno prima finii in terza, come il mio trainer. La serata era fresca e i tempi si allungarono un pò per colpa di tante false partenze sui 100 metri. Partimmo alle 23,00 circa un pò logorati dall'attesa. Eravamo in 15 e io partii molto deciso. Ai 400 avevo superato due atleti e il passaggio era 1'10". Agli 800 ero dodicesimo e il mio amico che dava i tempi mi grido "2'22"". Capii che il record era alla portata e superai ancora un atleta prima di passare ai 1000 in 2'57". Lì la gara dei millecinque entra nel vivo. Dai 1000 ai 1200 si può rovinare tutto. Non ero ancora esperto della distanza ma ero in forma, avevo fiducia e con coraggio mi lanciai sulle tracce del decimo. Lo raggiunsi ai 1200 e sentii il mio amico gridare 3'33".
Cercai di tenere quel ritmo fino alla fine e chiusi in 4'27"8 in decima posizione. La serie dopo fù vinta in 4'39"0. Tornammo nella notte estiva in cui anche la periferia di Torino, per arrivare all'autostrada, mi sembrava bella. La stagione 1974 non era certo finita ma io avevo già deciso di prendermi una pausa di due mesi e di fare come gli anni prima le vacanze al mio paese. Così feci e fino a settembre non pensai più alle corsa, salvo guardare in Tv gli europei di Roma.


Piovosa sera di inizio giugno

Venerdì sera sono andato a correre in un piccolo paese dopo Pavia, pioveva e forte per strada e il cielo minacciava nuova pioggia. Era quel tempo che non lascia molte speranze di clemenza e sono tornato con la memoria a 15 anni fà, una serata di inizio giugno, proprio identica a questa.
Era una stagione che mi aveva già dato alcune belle soddisfazioni. Avevo ripreso a correre dall'estate precedente e nel mese di maggio avevo ottenuto 4'32"0 sui 1500 e 17'07"0 sui 5000. La forma era arrivata con una certa facilità, ma soprattutto avevo avuto la fortuna di potermi allenare regolarmente, senza interruzioni. A fine maggio avevo sfiorato il mio personale sui 3000 piani di 9'39"0 correndo a Milano, al campo XXV Aprile in 9'40"9. Quel tempo mi dava fiducia di poter scendere ampiamente sotto i 17' sui 5000. Proprio a fine maggio in un 2000 avevo fatto 6'19"1 che era il mio personale su questa distanza poco corsa. Avevo 37 anni e mi sembrava difficile pensare di fare il record personale anche su una distanza corsa spesso come i 5000. Il mio primato risaleva al 1 giugno di dieci anni prima, ad Asti avevo fatto 16'43"7. Quella sera pioveva e l'amico che era con me aveva deciso di fare la statale passando da Pavia. Lasciata la città prendemmo la strada che porta alla celebre Certosa e che è affiancata sul lato destro da un naviglio. La pioggia era così forte che la superficie d'acqua era sconvolta. Grossi goccioloni venivano giù e non era facile guidare con quella visibilità. In quel momento pensavo proprio che non solo non avrei fatto un buon tempo ma persino di non correre. Eravamo però tutti e due in forma, fiduciosi della nostra condizione, pronti a quella gara nella maniera migliore. Non volevamo rinunciare a quella possibilità di fare un buon tempo. Ma la pioggia non lasciava scampo e il cielo da grigio si faceva pian piano viola mentre la notte scendeva. A Milano trovammo traffico in tangenziale e ci venne qualche timore di non arrivare in tempo per le iscrizioni. Qualche rischio lo avevamo corso quindici giorni prima per i 3000. Finalmente imboccammo viale Certosa che ci apparve bellissimo nel suo grigiore, i grossi tabelloni luminosi segnavano l'ora e ci avvicinavamo alle 18,30, fatidico limite in cui sarebbero state chiuse le iscrizioni. Ma la fortuna fù con noi, e arrivammo in tempo. Scrissi sul foglietto i nostri tempi personali, 16'43"7 per me e 16'51"0 per il mio amico, pioveva ancora e c'era una notevole umidità. In quel momento non avrei scommesso 100 lire di andare sotto i 17' quella sera. Ci cambiammo con calma in uno spogliatoio affollato e non molto pulito a quell'ora. Iniziamo a aspettare che iniziasse la riunione e venissero comunicate le serie. Io volevo andarmi a comprare in una farmacia lì vicino al Monte Stella lo spirito canforato, per scaldarmi un pò i muscoli. Ma mi accorsi che la pioggia cessava. Quando l'annunciatore cominciò a enunciare il programma della serata non pioveva più e scoprimmo così di essere tutti e due in terza serie. Le prime due erano più "lente" e la quarta o ultima più "veloce". Man mano che correvo sentivo che le gambe rispondevano bene e che le sensazioni erano buone. Ma questo non vuol dire niente. Quante volte sembra tutto a posto e invece vai malissimo poi in gara.

Graduatoria Nazionale

Nei primi anni che facevo atletica, un mio amico un giorno mi diede un fascicolo. Erano le graduatorie nazionali della Fidal relative alla stagione 1972. Quel regalo fù l'inizio della mia passione per le statistiche che continua ancora oggi. Ma quel fascicolo mi affascinava non solo per la sua perfetta elencazione dei risultati migliori in Italia nella stagione precedente, ma per un altro fattore. In quegli elenchi avevo trovato alcuni atleti che conoscevo personalmente e per me, entrare in quell'elenco divento un obiettivo, un traguardo. Un progetto che mi faceva pensare che essere tra quei nomi significava essere un atleta di livello nazionale. Non era sempre così. All'epoca le graduatorie erano per le tre categorie maggiori, i seniores (da 20 anni in sù) gli juniores (18-19 anni) e gli allievi (16-17 anni). Io ero juniores e per la mia categoria allora erano contemplati i primi 115 risultati. Ma nel mezzofondo, la mia specialità, i risultati erano elevati. Quindi per me a 19-20 anni l'obiettivo di entrare in quelle liste sembrava difficile da raggiungere. Ero diventato nel frattempo senior (all'epoca non esisteva la categoria promesse o Under 23). E le graduatorie contemplavano solo i migliori 80 risultati. Quindi la speranza di leggere il mio nome in quelle liste sembrava definitivamente da abbandonare. Non in tutte le specialità il limite era così elevato invero, ma in quelle che interssavano a me era fuori portata. L'occasione per entrare finalmente nella graduatoria nazionale della Fidal mi arrivò a fine stagione 1976. Nella staffetta 4x400 i tempi più ali erano sui 3'40", noi avevamo una staffetta che poteva ampiamente fare quel risultato, a patto di andare tutti quattro sui nostri limiti. Quell'anno io avevo fatto il mio record con 54"0, un altro aveva 54"3. C'era poi un velocista che aveva corso una sola volta i 400 ma in 53"5 e un ostacolista che valeva 57"8 sui 400 hs. Quindi sulla carta il nostro 3'38"-3'39" era possibile e la speranza di entrare in graduatoria nazionale diventava reale. Non capitò però mai nel corso della stagione estiva di trovarci tutti e quattro il giorno di una 4x400 e così rischiavamo di non fare il nostro risultato. C'era un ultima possibilità a ottobre, il campionato provinciale di staffette. Una gara un pò modesta perchè partecipavano pochissime squadre (3 o 4 al massimo) e non c'era un livello elevato. Il campionato era fissato per una domenica di fine ottobre sulla pista in tennisolite della mia città. Correvamo in casa, sulla terra rossa dove ci allenavamo. Combinazione volle che quella mattina fosse in programma una corsa di 12 km. proprio nella mia città a cui tenevo. Non volevo rinunciare a nessuna delle due gare. Il martedì all'allenamento manifestai questo mio desiderio e il mio allenatore disse "perchè non fai tutte e due ?" Una battuta quasi ma che presi alla lettera e mi organizzai per fare questo exploit. La corsa di 12 km. partiva alle 9,00 del mattino. Considerato il tracciato con saliscendi contai di impiegare circa 42'. Prima delle 10 avrei finito e un mio amico sarebbe venuto a prendermi per portarmi alla pista. Il campionato di staffette aveva un programma già fissato e la 4x400 era in programma alle 11 circa. C'era tutto il tempo di fare entrambe le gare. Nella corsa di 12 km. ci fù un disguido a un bivio e io, insieme a un gruppetto con cui battagliavo per una posizione tra il quinto e il decimo assoluto, fui mandato in direzione sbagliata. Facemmo quindi un km. in più ma poi tornammo sul tracciato e riuscii ancora a classificarmi ottavo. Non era il mio obiettivo ma pensavo solo a fare la mia frazione di staffetta. Arrivò l'amico e andammo in pista. Credevo che mi avrebbero messo in ultima frazione ma invece per la mania di protagonismo del velocista da 53"5 finii in prima. Oltre a noi correva la squadra allievi della società che aveva fatto a giungo 3'39" andando ai campionati italiani di categoria. Era una bella sfida. Le altre due squadre erano modeste e non potevano certo impensierirci. Partii in prima quindi e feci tutta la frazione testa a testa col più lento dei quattro allievi. Cambiai con leggero vantaggio e venni cronometrato in 56"8. Nelle due frazioni centrali, lanciate, i miei compagni recuperarono sul tempo che volevamo fare e avevano a quel punto un buon vantaggio sui secondi. Il testimone arrivò all'ultimo frazionista, il velocista che aveva fatto 53"5 a giugno, con un parziale che ci garantiva di andare sotto i 3'40" purchè lui corresse in almeno 57"0. Era una mattinata grigia e senza sole ma io pregustavo già di raggiungere quella graduatoria con quel risultato. Il nostro quarto frazionista partì deciso senza esitazioni e per 180 metri corse perfettamente, con nettissimo vantaggio. Ma arrivato quasi a metà giro si fermò....... Lo guardavamo tutti e non riuscivamo a capire cosa fosse successo, non sembrava un infortunio. Lui guardava l'avversario che tornava sotto e capimmo che stava aspettandolo. Infatti quando l'allievo lo raggiunse lui partì immediatamente facendo così in pratica 2 volte i 200 metri. Ma ovviamente in un tempo alto. Vincemmo quella gara, battemmo la squadra allievi ma col tempo di 3'46"5 non finimmo in graduatoria nazionale. Alla fine scoprimmo che la sua frazione quell'idiota l'aveva corsa in 63"..... Non chiedemmo al nostro quarto frazionista perchè avesse fatto una simile stupidaggine, perchè l'allenatore e un dirigente lo investirono con alcuni apprezzamenti sulla sua bravata. Non che quell'impresa ci avesse cambiato opinione sulle sque qualità intellettuali, che risaputamente erano ben misere. Ma nessuno si aspettava una simile cosa. Aspettare il secondo per poi ripartire e batterlo di nuovo. Ho sempre visto atleti che in staffetta si esaltano e vanno anche più forte che nella prova individuale. Quel tipo era invece un caso contrario. Non sono mai arrivato alle graduatorie nazionali da juniores ne da seniores...e quando leggo delle liste dei migliori risultati stagionali mi viene sempre in mente quel modesto velocista, presuntuoso e borioso e quel mio doppio impegno vanificato dalla sua stupidità.