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Non si dice Jesolo, si dice Andalìn! Questa frase, detta
da mia figlia allora di due anni e mezzo, in quel lontano 1979
in cui la famigliola (non ancora di maratoneti) passò un
mese di vacanza in un camping del Cavallino, mi tornava in mente
nella notte jesolana che, al di là di qualche non gravissima
pecca, ha fornito alla maggior parte dei partecipanti emozioni
sicuramente diverse.
E - fatto non trascurabile per l'economia locale - ha riempito
per il fine settimana tutti gli alberghi nel raggio di una ventina
di chilometri. Oltre seicento classificati alla maratona, e quasi
duemila alla mezza (tanto più considerando la concomitanza
con la prima maratona di Albenga che ha raggranellato, al di là
dei comunicati trionfalistici quanto sgrammaticati, 66 arrivati
in maratona e 64 nella mezza) sono un successo che proiettano
la manifestazione verso i vertici nazionali fin dall'esordio (sebbene
san Tommaso - che di cognome non fa Minerva - avrebbe qualche
riserva da fare sul numero effettivo di chi l'ha conclusa).
Ora, su un sito podistico che un tempo era autorevole leggo una
sequela di critiche, senza il minimo commento correttivo da parte
di chi dovrebbe dettare la linea della testata: c'e' chi non e'
arrivato in tempo, chi non ha trovato il posto, chi non ha mangiato,
chi non ha bevuto, chi l'ha fatta più lunga, chi ha corso
in mezzo al traffico, chi ha visto tagliatori a bizzeffe, chi
non ha trovato il ristoro finale.
Boh? Diamoci una calmata, se no questo sembra il circo Barnum
dei freaks, delle mostruosità podistiche, che davvero a
Jesolo non si è visto.
Eppure, devo dire che il pre-gara non mi aveva entusiasmato lo
dicevo nel pomeriggio al compagno d'alloggio Andrea Fanfoni, che
mi aveva trovato un albergo economico e comodissimo, a 50 metri
dalla spiaggia e 400 dalla partenza-arrivo; se pernottate a Parma,
rivolgetevi al suo Ducathotel e andrete tranquilli!): scarse info
sul volantino e all'interno della busta col pettorale, sito povero
e non aggiornato (chi sarà il grande artista che terrà
il megaconcerto? alla fine, sembrava, un pupillo di Maria De Filippi!),
cambiamenti di orario al penultimo momento, accesso in auto fisiologicamente
lentissimo (ma possibile che in tutte quelle campagne disabitate
dall'aeroporto a Jesolo non si riesca a fare una strada a 4 corsie?),
pasta party scomodo, chiuso nella sede ufficiale mezz'ora prima
dell'orario annunciato, e impossibile anche da prima nei ristoranti
cosiddetti convenzionati (perlomeno, i tre da cui sono passato,
uno dei quali era comunque chiuso).
Ma la corsa è stata tutt'altro. Intanto va elogiata la
netta separazione tra maratona e mezza, che sarebbero dovute partire
a 30 minuti l'una dall'altra, e invece sono state sfalsate di
due ore, 19-21, sia pure con qualche minuto di ritardo della mezza.
Il rovescio della medaglia è che i mezzimaratoneti hanno
sudato sotto il caldo, mentre noi atleti della lunga siamo stati
immersi in un'autentica notte di luna nuova ("Oh falce di
luna calante - che brilli sull'acque deserte", diceva D'Annunzio
che di questi posti se ne intendeva); notte in cui, sia pure a
brevi momenti, i 24-25 gradi di base sono stati mitigati dal refrigerio
della brezza di mare ("aneliti brevi di foglie - sospiri
di fiori dal bosco - esalano al cielo...").
Nello sfasamento orario ho visto anche una prova di forza degli
organizzatori: rispetto ai tanti che ammassano nello stesso orario
maratone, mezze e addirittura non competitive, gli iesolani hanno
dimostrato di saper tenere rigorosamente chiusa al traffico una
città e una penisola intera per almeno otto ore: in pochi
tratti abbiamo convissuto con le auto (sostanzialmente, nell'unico
cavalcavia esistente per oltrepassare il porto-canale), ma con
rigorosa separazione di corsie (chi non e' contento, vada a Roma
o a Firenze e poi ci sappia dire). E il pubblico, folto oltre
l'immaginabile, ci ha sostenuto anche nei punti più solitari:
in un dei luoghi piu' bui, verso il km 15 (in prossimità
della trattoria "Gino"), una procace tifosa mulatta
ci invitava: "vieni, ti do da mangiare io!".
Mi ha pure colpito l'altissimo numero di addetti agli incroci,
che si è sommato ai tanti impegnati nei numerosi punti
di ristoro e rinfresco (nettamente più frequenti rispetto
ai canonici intervalli di 5 km, e ben forniti, compresa l'utile
squisitezza delle angurie; invece i meloni erano acerbucci). Il
ristoro meno ricco si è rivelato quello finale, dove al
mio arrivo (291°, sotto le 4 ore, con oltre metà dei
podisti ancora in corsa) erano rimaste solo bevande, e tortine
che non stimolavano certo le brame di noi disidratati. Frutta,
zero: quella che avevamo vista prima della partenza, riservata
a chi arrivava dalla mezza, ma che qualche sfi* che scrive ai
siti non ha visto comunque.
Di tipo svizzero-tedesco gli spugnaggi: due spugne distribuite
alla partenza, e poi libertà di attingere alle bottiglie
d'acqua minerale o alle vaschette poste lungo il percorso: a differenza
che a Trieste, le vaschette erano pero' costantemente rifornite
di acqua fresca. In funzione anticaldo, graditissime per via le
doccie di acqua nebulizzata (anche qui, un tizio su quel certo
sito dice che non c'erano; io ne ho contate 3); mentre contro
il buio (presente soprattutto nella stradina verso il Cavallino
in direzione est, circa km 10-20) si sono visti per la prima volta
in una maratona italiana dei globi luminosi alimentati da gruppi
elettrogeni, e visibili da almeno un km (quando non si spegnevano..).
Ma la maggior parte del percorso usufruiva dell'illuminazione
stradale, particolarmente intensa in quello che è stato
il tratto psicologicamente più duro, il lunghissimo rettilineo
urbano, da percorrere nei due sensi, tra il km 32 fin quasi al
40, cogli odori che esalavano dalle rosticcerie, nauseanti almeno
per me che avevo adottato la tattica del
doppio pit-stop:
pranzo di pesce alle 15, pizza al prosciutto crudo alle 19, birra
a volontà.
Il famigerato rettilineo aveva l'aggravante che, al giro di boa,
ci rendevamo conto che non c'era nessun rilevamento chip, e dunque
chi avesse studiato il percorso poteva cavarsela a buon mercato
(in effetti, nella classifica apparsa online ci sono tempi alquanto
sospetti). Lo stesso era accaduto in un precedente avanti-indietro
verso il km 5, che poteva regalare ai furbi un cinquecento metri
(li' era gia' buio, nell'oscurita' ho sentito solo un "eh
eh?" che mi ha fatto supporre il passaggio di Govi). I rilevamenti
erano stati messi ai km 10, 21.097 e 30: mi dice un amico che,
dopo aver superato il 30, si è ritirato, presentandosi
poi oltre il traguardo per la consegna del chip (se no, c'era
una penale da pagare): bene, l'hanno classificato! Se la versione
fosse autentica, dovremmo annoverare Jesolo nella lista di quelle
maratone che puntano ai grandi numeri con le 'strisciate' di chip
fasulli.
In compenso - altra novità - i tempi ottenuti erano tempestivamente
trasmessi al cellulare del concorrente (va da sé che io
li ho letti solo dopo il traguardo; sempre meglio di quel certo
'narratore' del tal sito, che non li ha mai visti ne' sentiti!),
poi all'indirizzo email.
Suggestivi gli ultimi due chilometri sulla spiaggia, prima su
marciapiede e infine su tavole di legno poste direttamente sulla
sabbia: il rimbombo dei passi di chi ti seguiva ma non "doveva"
raggiungerti, sommato al frangersi delle onde e all'ormai usuale
anquana (cantilena) modenese dello speaker Brighenti, è
l'ultimo suono di questa singolare notte.
Originale la medaglia 'bimetallica' (se il modello di questa maratona
e' Treviso, bisogna dire che almeno nella medaglia gli allievi
hanno superato i maestri); originale, ma stavolta in senso negativo,
e' anche l'idea di far usare come docce quelle fredde a cielo
aperto poste all'ingresso della spiaggia. Vabbe' che quasi tutti
eravamo attesi dal nostro albergo (magari, Govi no; ma Govi non
fa mai la doccia); pero' forse qualche maratoneta donna gelosa
della sua intimita' esiste ancora
E' vero pure che, a vedere
gli ultimi che arrivavano, specialmente quelli iscritti ai cosiddetti
Supermaratoneti, le nostre donne potevano stare tranquille: terzultimo
(606°) Paolo Zanta in 5.55, 594° Govi in 5.26 (dev'essere
il suo record stagionale, esclusa la maratona in discesa del Brennero
dove ha registrato un poderoso 5.03
). Ma quello che importa,
per loro e compari, e' poter aggiungere un numerino al cosiddetto
guinness delle loro maratone; salvo essersi cautelati, alla partenza,
di una certa tolleranza sul tempo massimo.
Al loro cospetto, deve ritenersi prodigioso il 4.15 registrato
da Lorenzo Gemma, quello che corre declamando, con voce stile
Luxuria, "stasera si tromba!" (e pare sia il massimo
della sua attivita' erotica). E su tutti, facevano la loro bella
figura le sorelle Razzolini, la rossa Ilaria in un dignitoso 3.43,
e la bionda Serena con un prudente 4.26. Notato anche l'indiano
Angelo Mastrolia, prossimo a divenire papa' (la sua squaw assisteva),
che in assenza di servizio pace-maker (tuttavia, annunciato) ha
corso per suo conto in 3.26. Per dare un esatto valore a questi
tempi, ottenuti nell'afa e comunque in condizioni di visibilita'
non ottimali (anche coi lampioni, le buche dell'asfalto, i tombini,
le botole le vedi all'ultimo momento), li si puo' confrontare
col 2.29:30 di Giorgio Calcaterra, quinto assoluto.
"Oppresso d'amor, di piacere - il popol dei vivi s'addorme",
concludeva D'Annunzio piu' di un secolo fa: ma adesso, nella civilta'
del casino (a proposito, nel pacco gara c'era anche un ingresso
omaggio al casino' di Venezia), il piacere massimo e' fare le
gare di velocita' in auto in quelle rotonde che poche ore prima
avevano ospitato noi silenziosi maratoneti. Ci si addormenta quando
i fracassoni hanno finito, verso l'alba; a sole alto, un salutare
bagno nella calda acqua iesolana ci ristorera' le stanche membra.
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