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Fra Treviso e Mira: meditazioni venete
(di Fabio Marri)


I

Adesso che la polemica online sulle maratone “irregolari” sta raggiungendo vertici grotteschi, grazie all’insipienza di chi dovrebbe moderare ed equilibrare, ma non ne ha le doti (specialmente perche’ non corre maratone), o forse e’ felice di qualunque vespaio si sollevi (perche’ alza un’audience comunque fasulla), trovo piu’ sportivo riandare allo scorso 25 marzo, giorno dell’Annunciazione, cioè giorno in cui molte città facevano cominciare l’anno nuovo (dato che il Signore si era fatto carne, era sceso sulla terra – sia pure in forma, si direbbe oggi, di cellula staminale - giusto nove mesi prima del Natale dell’anno 1). Questo 25 marzo era anche (se mi si permette l’accostamento insignificante e blasfemo) il 35° anniversario della mia prima corsa podistica: quella fatta con le scarpe da tennis, un paio di calze di lana e uno di cotone sovrapposti, un’ora e 45’ per 18 km misurati chissà come.

Ora no, ci sono le misurazioni Iaaf e Aims coi loro bravi chiodini piantati nell’asfalto quasi ad ogni km (basterebbe uno ogni 5, ma se si vuole strafare…); peccato che ci siano anche i Gps che si divertono a mettere in dubbio alcuni di questi chiodini, sia pure – stavolta – non in modo clamoroso: tra il km 20 e il 25 mancano duecento metri, al 40 il distacco si e’ ridotto a 130, alla fine ne mancano una cinquantina (guarda caso, i km piu’ lunghi sono anche gli unici con qualche salita!): possiamo accontentarci. Diciamolo chiaramente: la maratona di Treviso, nata un po’ cannibalisticamente come imitazione passo passo della maratona di Padova (che a sua volta aveva ‘rubato’ ai trevigiani il luogo di partenza), e che aveva scelto le sue date di calendario incurante del fatto che in quelle domeniche fossero programmate altre prestigiose maratone ligie agli accordi di quella che era stata l’AMI, in cinque anni si e’ collocata ai primi posti in campo nazionale, ‘inventando’ anche alcune cose poi imitate da altri: per esempio, le iscrizioni gratuite, che quest’anno si sono trasformate nel “compra due e paghi uno”, cioe’ a quanti entro il 2006 avevano versato 25 euro e hanno poi concluso la gara del 25 marzo sarà riservato il pettorale per l’edizione 2008, che a sua volta presentera’ la novita’ (questa volta, attinta dalla maratona tedesca della Ruhr, che punta su Essen partendo da Dortmund o Oberhausen) di una partenza da luoghi diversi, per un tracciato che diventera’ comune solo nella seconda parte.

Avevo corso la prima edizione di Treviso nel 2004, e sia pur esprimendo delle riserve sul modo piratesco con cui i potenti e danarosi organizzatori erano passati sopra i calendari Fidal (chissa’ se e’ ancora visibile, in qualche anfratto, un commento di gennaio dal titolo “Brescia-Treviso, concorrenza sleale?”), avevo dato un giudizio positivo… fino al km 42,195; per il resto, il titolo “Come rovinare quasi tutto in 100 metri”, mostrava un quadro a luci e ombre.

Alla faccia della censura, ecco una delle battute iniziali di quel resoconto:

riconfermo il mio dissenso dai metodi coi quali Treviso e’ entrata nel mondo delle 42 km, infischiandosene di regolamenti o gride federali (maratona solo regionale il primo anno, senza stranieri?), di calendari gia’ stabiliti e relative concomitanze, coprendo il tutto con fiumi di denaro e una campagna pubblicitaria assordante (quanti trionfalismi e quante pagine a pagamento, ma quante poche notizie sono state passate ai mezzi di comunicazione negli ultimi mesi! Per dirne una, dove sono finiti i 1500 litri di vino Astoria millantati nelle statistiche ufficiali?).

Messe subito in campo le personali prevenzioni, devo pero’ aggiungere che la prima edizione di questa maratona, dal punto di vista del corridore, ha offerto il meglio che si potesse immaginare, da prima della partenza fino in prossimita’ del traguardo. Quello che e’ successo dopo ha alquanto ridimensionato le cose…

E il resoconto della ‘soluzione finale’:

Siamo al traguardo: fine della goduria. Intanto, la piazzetta (nel senso delle dimensioni) dei Signori e’ troppo stretta, e l’arco del traguardo non consentirebbe un arrivo a piu’ di tre insieme; attenti anche a frenarvi, senno’ finite in Prefettura. Invece si va al Calvario: telo e medaglia, poi a riprendere le sacche messe sui camion alla partenza. Disastro! Il deposito e’ piccolissimo, gli addetti fanno fatica a muovercisi dentro, non tutte le sacche sono sistemate in ordine, qualche podista si intrufola per recuperare la propria da solo; ci sono svenimenti e schiacciamenti (riusciamo almeno a proteggere il ragazzino Salis mandato qui dal papa’). Mezz’ora se ne va cosi’. Poi, verso gli spogliatoi: ci vuole del coraggio a chiamare spogliatoi una galleria fatta di tende, senza posto per sedersi, e soggetta al passaggio obbligato di tutti noi che stiamo uscendo. Per fortuna non piove, se no si ripeterebbe la Milano edizione zero. Ristoro: altro budello in cui si e’ incolonnati, per ricevere, stando in piedi e mentre la fila va avanti, una bottiglietta e uno yoghurt (senza cucchiaino per prenderlo); ma camminare, che c’e’ la consegna del pacco-gara (a chi se l’e’ “meritato”) e lo scambio chip contro euro. Resta da affrontare l’operazione docce, a cui molti rinunciano data la distanza (non meno di 7-800 metri, al solito stadio).

II

Per queste frasi (che si concludevano con E’come una brutta cicatrice sulla faccia di una donna bellissima), fui attaccato, non solo dagli organizzatori trevigiani (che, in un certo senso, facevano il loro gioco), ma anche da una povera rivista nazionale bisognosa di sponsor, che ando’ avanti per mesi, noncurante delle yassate, a scrivere che tutto era andato bene, e le mie erano semplici paranoie, o peggio, livore da non sponsorizzato. Tre anni dopo, quella rivista (finite le sponsorizzazioni, e licenziato in buon’ora il suo ‘responsabile eventi’) a Treviso non s’e’ manco fatta vedere; e quanto agli organizzatori, hanno spostato il traguardo in un largo vialone vicino allo stadio, con tutti i servizi nel raggio di duecento metri (sebbene la segnaletica non fosse particolarmente visibile); hanno messo la consegna borse in uno spazio largo e con ampia disponibilita’ di addetti, il ristoro post-traguardo in un’area non vastissima ma coperta (il che e’ venuto utile, data la pioggia), predisponendo poi un grosso tendone per il pasta-party finale.

Non e’ ancora tutto oro, a cominciare dalla medaglia, quello strano soldino col buco in mezzo che si ripete dal primo anno; e dallo stesso pasta party, non piu’ generoso di birra come nel 2004; un passetto indietro anche nella temperatura delle docce (ben pochi, nel gruppo arrivato tra le 3.30 e le 4 h, hanno avuto il coraggio di starci sotto con la testa). E se e’ vero che in pochi minuti e’ arrivato sui nostri cellulari il messaggino col risultato ottenuto, vana e’ stata la ricerca di un tabellone che esponesse le classifiche: lo stand della Winning Time, cosi’ affollato al sabato, la domenica quando ancora stavano arrivando gli ultimi era abbandonato, e non c’era uno straccio di foglio appeso (come invece, non solo in Germania o Svizzera, ma anche nella ruspante Busseto si trova, con aggiornamenti ogni quarto d’ora).

Diciamo ancora che ci si poteva aspettare un servizio navette (dal traguardo ai parcheggi) generoso nel ritorno come lo era stato nell’andata, e invece per rivedere la stazione FS ci siamo dovuti attraversare sotto l’acqua tutta Treviso (bella citta’, ma un po’ troppo… veneziana, nel senso che e’ piena di canali da passare e soprattutto di bivii non segnalati).

Ne approfitto, dopo un rapido passaggio per il centro storico (dove un candido palazzone Benetton fa a pugni col duecentesco palazzo a fianco) per una sosta alla grande mostra di pittura ”Venezia 900”: tra i ritratti, ce n’e’ un paio di Martini che sembra avesse come modello Mario Liccardi; e una foto d’epoca in cui compare da tergo un prete che sembra tutto il nostro attuale premier.

Ma tornando a noi, maratoneti autentici, da un’organizzazione capace di pagare quattro pagine del “Corriere della sera” (edizione Veneto) e quattro speaker ci si potrebbe aspettare qualche attenzione ulteriore. Se non altro, grazie allo speaker del km 35 so di essere il primo … di quelli col cerottino a transitare; mentre grazie al concittadino Brighenti faccio il pieno di sinonimi, perifrasi, anadiplosi e altri artifici cari a Cicerone, cementati da espressioni piu’ moderne come “restate con noi”, “non andate via”…

III

Quattro parole sull’ “irregolarità” del percorso: premesso che trovo assurdo l’altola’ da parte della Iaaf alle maratone point-to-point (il che equivale a ‘squalificare’ le due maratone piu’ antiche del mondo, cioe’ Atene e Boston), ne riconosco la ragionevolezza solo per quanto riguarda l’omologazione di un eventuale record mondiale ottenuto col vento a favore. Piu’ sensato stabilire regole sulla pendenza massima, ma fino a un certo punto: perche’ una maratona come Boston, seppure abbia il traguardo ben piu’ in basso della partenza, ci arriva attraverso tante e tali salite che l’eventuale vantaggio viene largamente annullato; e ci sarebbero tanti altri parametri da considerare (fondo stradale, curve, strada larga o stretta, alberata o no cioe’ piu’ o meno al riparo dal sole o dal vento…); tra questi, io ci metto anche la presenza dei pace-maker, che nell’atletica dei ‘puri’ sono vietati (la corsa e’ sport individuale, pena la squalifica), mentre nella maratona sono non solo ufficializzati, ma si estendono al ‘privato’ assumendo contorni abnormi e … boccacceschi, quando ci sono di mezzo le rappresentanti del gentil sesso.

Verso il km 37 vedo materializzarsi davanti a me una coppia, di cui riconosco subito l’elemento maschile (simpatico foggiano, fondatore e presidente di club, organizzatore di maratone ecc.), tutto premuroso nel fare l’andatura, incitare, porgere spugne o bicchieri, e talmente preso nella parte, da mettere piu’ volte le sue mani sul collo e altre parti della compagna… No, lei proprio non la conosco; imparo che e’ una conoscenza dell’ultima ora, rimediata nel profondo Nord. All’ultimo km si lanciano sotto i 5, e dopo ottenuto un discreto risultato, festeggiano in modo un po’, diciamo, esuberante, e che lascia sperare qualcosa di ancor piu’ interessante in separata sede. Be’, a differenza di quello che tapascia per le strade d’Italia al grido di “stasera si tromba!” (segno che non lo fa mai), qualcun altro ha trovato il modo di vincere la solitudine. “Bisogna dare la massima fecondita’ ad ogni zolla di terra!”, recita una scritta (indovinate un po’ di chi) su una casa; e anche ogni passo di pace-maker puo’ essere fecondo.

Scherzi a parte (ma quanto detto e’ accaduto veramente, e la prossima volta provo a informarmi di come e’ andato il pagamento differito), faccio notare che alle Olimpiadi, ai Mondiali, agli Europei, le donne corrono da sole; in certe maratone (come New York) le donne di primo rango partono prima. Qualcuno forse ricorda il caso di un’illustre ex maratoneta italiana, che costruiva i suoi successi all’ombra di qualche bel maschione, suscitando le proteste delle colleghe sconfitte perche’ ‘isolate’ (poi si scopri’ che la signora si valeva anche di altre ‘ombre’); ed e’ piu’ fresca la memoria di quella tal campionessa nostrana sorpresa sei mesi fa in toccamenti da tergo, casti ma efficaci, ad opera di un generoso maratoneta.

In ogni caso, con le nostre gambe o con altri sistemi produttivi (ad esempio l’affidamento del proprio chip a un amico che lo porti al traguardo), siamo classificati in 3700, molti di cui col record personale. Non record di valore assoluto (i Grandi della Terra disertano Treviso non perche’ non sia omologata, ma perche’ fare i record a Berlino o Chicago rende assai piu’ dollari!), ma spesso primati o primatini personali. Merito soprattutto (siamo onesti!) di un clamoroso vento a favore, sposato alla discesa della prima meta’; piu’ tardi, l’appiattirsi del tracciato si accompagna a un vento trasversale (che pero’ le file d’alberi attenuano), con pochissimi sbuffi contrari; ma a questo punto, la leggera pioggia che comincia a cadere ha un’azione ristoratrice. Dico questo non per ledere i record di chicchessia (anche il mio senile 3.39:30 da chip e’ il miglior tempo degli ultimi tre anni), ma perche’ nessuno cada vittima dello sconforto quando, alla prossima maratona, peggiorera’ questo crono.

A parte che, ormai, parecchi frequentatori delle maratone sono preoccupati solo di ammucchiarne una dietro l’altra, seppure a passo sempre piu’ lento: Govi, che ha elaborato un piano per raggiungere le 1000 maratone in 15 anni (30 all’anno fino al 2011; 25 fino al 2016; 20 fino al 2021), questa volta va fortissimo… 4h 33, perfino dietro all’ultrasessantenne Liccardi, che alla partenza annuncia con euforia a Daniela Gianaroli che entro l’anno la superera’ come numero di maratone… salvo che anche oggi le arriva sette minuti dietro.

Ma c’e’ chi fa peggio: il decano Togni, che da poco ha ricominciato a farsi del male dopo una salutare pausa, non prende nemmeno il via perche’… arriva in ritardo! E all’altro supermaratoneta Manfrini portano via la borsa mentre sta adempiendo a… una funzione fisiologica, prima di cambiarsi, col risultato che non trova piu’ nemmeno il chip, e insomma non fa la maratona (che certo non e’ il guaio peggiore, almeno se ragioniamo col buon senso comune). Viene in mente quel sant’uomo del “vescovo” Toto Fusari, che si e’ tolto dal club dei supermaratoneti dopo la morte cercata e ottenuta da Roberto Gherardi, nel tentativo di lanciare l’allarme contro questa crescente mania dei numerini autocertificati, anche a danno della salute (fisica, e ancor piu’ spesso mentale).

In ogni caso, l’anno prossimo a Treviso ci saremo, se non altro perche’ … abbiamo gia’ pagato. Vedremo chi tornera’ alla partenza di Vittorio Veneto, per usufruire del maggior dislivello possibile e dunque fare il tempo; chi partira’ da est, da dove il percorso sembra piu’ pianeggiante, e chi da ovest, dove dicono che ci siano vari saliscendi. E siccome l’organizzazione anticipa che fara’ tempi compensati sui vari percorsi… ci sara’ da ridere (ricordate quando la Vivicitta’ era vinta sempre a Catania, mentre il tracciato di Parma, durissimo, non godeva di nessun abbuono?).

IV

Non ne avevo abbastanza di Veneto, e la settimana dopo (1° aprile) ci sono tornato, esattamente a Mira, per la 10^ Maratonina Riviera dei Dogi: un modo per rivedere la parte iniziale della maratona di Venezia lungo il Brenta, che gli organizzatori anno dopo anno fanno gustare con punti di partenza diversi, da Stra a Fiesso d’Artico a Dolo, ricalcando nella prima meta’ il percorso ‘veneziano’ ma in senso inverso (cioe’ abbiamo il fiume a sinistra), e negli ultimi 10,5 km lungo l’altra sponda, che in maratona non tocchiamo mai.

Tornare sulle rive del Brenta e’ anche un segno di rispetto verso il comportamento degli organizzatori, che giusto due anni fa, appena dopo la morte del Papa, sospesero la loro gara, concedendo solo una non competitiva di 8 km: questo, malgrado l’ingente danno economico che ne ricavarono, e a differenza da altri comitati piu’ disinvolti o ipocriti (come Bologna, che pure aveva numeri e qualita’ di atleti mooolto inferiori, ma fece disputare una gara competitiva che non poteva comunque essere omologata).

In questo 2007, gli iscritti al percorso lungo (sia pure con lamentele circa la ‘cannibalizzazione’, guarda caso, subita da Treviso della settimana prima) arrivano a 1100; dieci euro il prezzo minimo, che sale a 15 per chi si decide l’ultima settimana. Non e’ il massimo dell’economia, seppure compensato da un discreto pacco gara, da convenzioni alberghiere (34 a persona per il pernottamento in doppia, 13 per il pranzo), da un pasta party finale con possibilita’ di bis (ma anche qui, senza birra, nemmeno acquistabile). Parcheggio comodo e sufficiente, mancanza di spogliatoi in partenza, mentre dopo l’arrivo un bus-navetta ci porta alle docce della Libertas Mira, ancora a un’ottima temperatura.

Il percorso non lo scopriamo adesso, secondo il Gps e’ piu’ lungo di una cinquantina di metri (ci puo’ stare), ma molto scorrevole, assolutamente chiuso al traffico. Davanti, ci sono i campioni (Pertile e Volpato: gente di casa, comunque, non importata) che rifiniscono in relativa tranquillita’ la loro preparazione; poi tanti altri, cui spesso capita di salutare o essere salutati dal pubblico dei vicini di casa o dai numerosi addetti lungo le vie.

Premiazioni abbastanza sollecite e ricche (categorie federali, ogni 5 anni), e classifiche affisse (c’e’ sempre la Winningtime dietro, ma evidentemente conta anche l‘organizzazione). Anche il fotografo e’ lo stesso, il Franz da Cesenatico, che in mancanza della consorte (spedita a Bologna per la maratonina, in un giorno in cui tutto il Nord pullula di gare importanti) si fa aiutare da una fotografa alquanto carina.

Ai Dogi si disputava anche il III trofeo nazionale per dipendenti universitari: sette atenei presenti, io difendo alla meno peggio (1.45:21) le sorti di Bologna, che nulla puo’ contro la Camerino di Marco Materazzi (ovviamente, un omonimo dell’estimatore della famiglia Zidane), e, in campo femminile, di fronte alla locale Emanuela Pagan. Ci basta battere Modena-Reggio. A qualcuno viene in mente il nome di un podista e web-manager che lavori all’universita’ di Modena-Reggio?