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Chiudere la carriera tra le "Montagne incantate"?
(by Fabio Marri)
 
Chiudere la carriera tra le "Montagne incantate"?

Cari amici delle Alpi Occidentali, ci eravamo lasciati dopo il fallimento organizzativo a giugno del Cromagnon (alla faccia delle caramellose espressioni dell'inaffidabile reporter di Terramia, pardon di "Correre"), e il massacrante recupero del Grand Trail di Courmayeur a metà luglio… tutte potenziali tappe dell'avvicinamento a quella Cosa che faceva spavento solo a pensarla, l'Ultratrail Mont Blanc cui (per ordine di mia moglie) ero iscritto dal primo e unico giorno possibile, l'8 gennaio (oltretutto, compleanno di nostra figlia: guardate un po' che genitori depravati!).
Ma l'anteprima di Courmayeur mi aveva lasciato varie perplessità, dalla stanchezza invasiva dopo "soli" 60 km, a spaventose vesciche sui piedi e altro; per cui, sempre in pieno accordo coniugale, ci eravamo fatti prendere dalla nostalgia decidendo di tornare (dopo due anni sprecati nella mediocre Ecomaratona di Castiglion dei Pepoli, dove la cosa migliore sono il ristoro e la piscina finale, ma ti toccano persino le foto di Pierogiacomelli) a Davos per la Swissalpine. E chi mi legge sa che dal 1999 colloco ai vertici mondiali (con le maratone di Interlaken, Zermatt e Chamonix) questa serie di corse nella "Montagna incantata" (Zauberberg) di Thomas Mann. E anche quest'anno, alcuni podisti delle mie parti, nuovi all'esperienza, si erano decisi a seguirmi in Svizzera, rimanendo alla fine - come sempre - del tutto entusiasti, e desiderosi di ripetere l'operazione. Sia chiaro che a me questo proselitismo non dà nessun guadagno monetario, nemmeno uno sconto alle iscrizioni, ma basta sentirmi dire dagli amici, nel dopocorsa, "avevi ragione!" (cominciate a capire la differenza colla 'nuova' gestione dell'ex testata online più letta in Italia?)
Ho detto "serie di corse", perché a Davos, accanto alla classica "Swissalpine" di 78,5 km (ma saranno più di 80), ne sono via via cresciute altre, che tendono a non escludere nessuno dalla partecipazione alla festa. In questo 2007 siamo stati censiti in più di 5000, con il picco massimo di 922 classificati entro le 12 ore nella K 78 (con 2320 metri prima da salire e poi da scendere, e due colli oltre quota 2600), altri 790 nella K 42 (una maratona che percorre la seconda parte della K 78, inclusi i due passi alpini), 934 nella maratonina di nuova concezione (600 metri di salita e 200 di discesa), 402 sullo stesso tracciato dei 21 ma con stile "walk" (cioè marcia con bastoncini), e gli altri nei percorsi minori, compresi 390 bambini cimentatisi sui giri brevi da 500 a 2100 metri. Da notare anche l'allestimento di una staffetta mista (30 km in bici, 12 sui pattini, e la parte montana fuoristrada divisa fra tre frazionisti a piedi). L'innovazione principale di questa 22^ edizione consisteva nel far arrivare nel magnifico stadio in erba sintetica di Davos tutti gli atleti, provenienti dalle diverse località di partenza (in anni passati, solo la K 78 e la K 42 si concludevano qui): anche gli orari di partenza erano studiati in modo che, all'incirca dalle 14 in avanti, lo stadio fosse un tripudio di arrivi, senza nessuna confusione grazie al ripristino dei Championchip che consentivano anche l'immediato rilascio del diploma con classifica.
Per me, dopo quattro K 78 e una K 42 concluse, avevo scelto, soprattutto perché era una novità, la C 42, una maratona "meno dura" della K, dato che si partiva da 780 metri di altezza e, prima di arrivare ai 1530 di Davos, dovevamo salire fino a circa 1700, percorrendo grosso modo a ritroso il tracciato della prima parte della K 78: il dislivello era quantificato in 1200 metri di salita e 600 di discesa, quasi tutti su strade bianche e buonissimi sentieri fra i prati o in mezzo ai boschi. Itinerario incantevole, non troppo difficile, che il primo uomo ha completato in 3 ore e 18', la prima donna in 3h 47': stante la novità, e la fatale attrazione dei due tracciati classici, ci siamo presentati al via solo in duecento, concludendo la gara in 126 uomini e 51 donne (davvero rilevante, in rapporto alle corse italiane, la quota femminile). E c'erano donne toste, se è vero che dieci mi sono finite davanti (pur essendo io arrivato appena sotto le 4h 30, e in 37^ posizione tra gli uomini); ma anche donne, e uomini, venuti qui essenzialmente per una bella escursione in montagna, e che non si sono vergognati a impiegare più di sei ore, ricevendo lungo il percorso e alla fine applausi come i campioni. Tra gli italiani, oltre a miei compagni di viaggio modenesi, un gruppo di Città di Castello, e l'appassionato 'veterinario' bergamasco Andrea Dinardo, buongustaio di questo genere di gare.
Insomma, una sequenza di gare per accontentare tutti, in una cornice organizzativa decisamente encomiabile: se penso all'Italia, dove talvolta accoppiare a una competitiva una non competitiva genera problemi (siete mai stati a Prato, per esempio, quando non si sapeva chi aveva corso i 30 e chi i 42?) o dove cento arrivati producono inevitabilmente le docce fredde (quando ci sono, le docce), allora risento il caldo perfino eccessivo delle docce nel palasport di Davos adiacente al traguardo, e il sapore della birra (analcoolica) distribuita senza risparmio, insieme al brodo caldo (tipica usanza svizzera) e ad un integratore salino finalmente dal sapore non nauseante.
E poi, nel contorno, sta Davos: con gli alberghi completamente esauriti nel fine settimana della gara (e infatti, l'indomani per le strade della città è tutto un tripudio di magliette da finisher), tant'è vero che per trovare alloggio debbo adattarmi allo Schatzalp, duecento metri in verticale, raggiungibile solo mediante funicolare. E mi ritrovo, incredibilmente, nell'albergo-sanatorio come lo descrisse Thomas Mann nel più bel romanzo del Novecento: albergo dove alla vigilia della gara gli ospiti podisti sono pregati di indicare a che ora vogliono la colazione e a che ora la partenza della funicolare a loro riservata; ricevono precise informazioni scritte sugli orari dei vari treni per raggiungere le rispettive località di partenza (ovvio dire che i treni sono tutti gratuiti, anche per escursioni extra gara, per una quindicina di giorni); la mattina della corsa, colazione da maratoneti, comprensiva di tagliatelle al ragù di funghi o di pomodoro; poi cena di lusso per l'equivalente di 22 euro; l'indomani, al risveglio, consegna individualizzata dei diplomi della gara (in realtà, un completamento a colori dei diplomi in bianco e nero che avevamo già ricevuto allo stadio dopo l'arrivo). Anche qui, penso a certi alberghi 'convenzionati' italiani, dove non sanno nemmeno che c'è una corsa in zona, e per la colazione "noi apriamo il buffet solo alle 9, lei provi al bar qui di fronte…" (chissà perché, mi torna ancora in mente Prato, dove si girovagò nel raggio di un km dalla partenza prima di trovare un bar aperto).

Rassicurato da questa tappa intermedia, eccomi dopo pochi giorni sulla Milano-Torino (con l' abituale uscita a quella che una volta era Galliate e adesso è Novara est, e una capatina al rifornimento di metano della ss 11, ultima propaggine occidentale di quella che doveva essere la metanizzazione di tutta Italia - e invece Santhià l'hanno chiusa!-). Lavori in corso e limiti di velocità assurdi quanto interminabili, ma finalmente si svolta per la Val d'Aosta! Quattro settimane a Courmayeur, quasi sempre soleggiate (alla faccia degli 'orientalisti' che vanno a prendere i nubifragi tra la high society patita del Triveneto), sono un ottimo ambientamento e la possibilità di conoscere i sentieri dove, tra il 24 e il 26, andrà in scena l'UTMB (già ora marchiati col caratteristico rombo giallo dalla dicitura TMB, e percorsi da incessanti carovane di turisti, talora con mulo al seguito, per un Tour che dura però sette giorni e contempla cene+pernottamenti in rifugio!).
Sui sentieri c'è anche parecchia gente con scarpette e abiti leggeri: tipici ultratrailers iscritti al Mont Blanc, da cui ricevere informazioni: c'è chi ci ha messo 30 ore, chi odia la salita di Champex, chi spera solo di stare nel tempo massimo, chi si prepara solo a fare assistenza, maledicendo il masochismo del proprio compagno… Tre-quattro ore al giorno, percorriamo anche noi tutto il tratto italiano: a parte le pendenze, che non sembrano proibitive (per intenderci: 800 metri da salire in 5 km, tanto per fare un esempio, da Courmayeur al Rifugio Bertone), importa soprattutto, in prospettiva-vesciche, il fondo stradale, che per fortuna sembra quasi sempre liscio, con pochi sassi. Due giorni prima del via, al Rifugio Eelena incontriamo gli addetti che stanno posando le segnalazioni ufficiali (bandierine, addirittura in numero esagerato, frecce e scritte sui sassi): vano è il mio tentativo di fargli sostituire un tratto di sentiero accidentato con un pezzo di strada bianca, più lungo ma scorrevole; tutto è già deciso dall'Alto!
E finalmente, dopo l'arrivo in Valle di quattro amici modenesi, il 24 agosto si va a Chamonix (mentre a Courmayeur arrivano vagonate di podisti che corrono la "mezza", di "soli" 86 km). A fronte dei 120 euro pagati per l'iscrizione, i servizi sono perfetti: bus navetta gratis lungo il tunnel del Bianco e all'interno di Chamonix, parcheggio+navetta gratis per chi va in auto (e sconto sul tunnel), una marea di negozi e alberghi convenzionati, pasta party abbondante (wurstel, birra e vino compresi) prima e dopo la corsa, consegna dei pettorali velocissima sebbene siamo in 2200 e il controllo del nostro zaino obbligatorio sia meticoloso (vogliono vedere, tra l'altro, due pile colle relative batterie di scorta, un fischietto, un berretto, un impermeabile, dei pantaloni sotto il ginocchio, un litro d'acqua di scorta).
Tra i 150 italiani, riconosco nel piazzale di partenza (lo stesso, centralissimo, da dove si parte per la maratona di luglio) Ilaria Razzolini e Giovanni Messeri da Fiesole, i testimoni oculari del fatto che il nostro attuale Premier non corse tutta sulle proprie gambe la sua sedicente maratona (infatti, il duo Minerva-Morselli, per non veder crollare il proprio castello di tarocchi, nella sua 'meticolosa' ricostruzione da Magazine pre-elettorale, non diede alcun rilievo alla testimonianza). Barzellette da pseudogiornalismo servile a parte, mi confido coi due, assegnandomi non più del 25% di possibilità di finire: la risposta è "Ma qui si ritirano i supermaratoneti, mica la gente come te!". Il problema più imminente è quello dei primi due cancelli: in 6 ore e un quarto bisogna aver percorso 30 km con un dislivello in salita di 1500 m, e in altre due ore bisogna salire di altri 500 m per 8 km. E' una misura saggia, per evitare che all'ultratrail vengano degli avventurieri da città, capaci solo di rubare il posto a chi vorrebbe correre sul serio: ma è comunque un motivo di preoccupazione per chi - come me - non conosce il percorso. I due amici toscani mi rassicurano, e infatti avranno ragione: le due salite (col Bianco maestoso a sinistra, nel tramonto) sono lisce, la spettacolare discesa verso S. Gervais ancor di più, sull'erba e poi nell'asfalto tra i boschi; insomma, arrivo con un'ora e mezzo di margine e da lì andrò via tranquillo.
Ristori abbondanti (ne contero' 17, sette dei quali coi piedi sotto la tavola), comprensivi di minestrina in brodo e grosse fette di salame; entusiasmo del pubblico di tipo newyorkese (per usare un luogo comune); controlli frequenti, tramite i due diversi chip che ci sono stati "saldati" al polso (e solo il medico di gara avrà il diritto di manometterli durante la corsa!). Posso insomma garantire che tutti i classificati hanno scalato tutte le otto cime principali oltre quota 2000, e le altre secondarie (per un totale di quasi 9000 metri da salire e poi da scendere); qui, i supermaratoneti furbastri all'italiana, quelli che tagliano ogni volta che possono e a fine anno spediscono le proprie autocertificazioni per le maxiclassifiche, non si fanno vedere (in realtà, una iscritta, specialista in fuoritempomassimo che poi riesce a farsi 'convalidare', risultava, ma non si è proprio vista!).
Tiriamo innanzi. Di colle in colle scende la notte, con una Via Lattea chiara come solo da queste parti, stelle e pianeti che sorgono e tramontano, i ghiacciai del Bianco che luccicano, e la fila delle nostre lampadine frontali che si aggiunge alla fantasmagoria luminosa di Madre Natura. I primi chiarori ci sorprendono al confine franco-italiano del Col de la Seigne (2516 m, dopo 59 km): ho tre ore di vantaggio sui cancelli, ma lo stinco sinistro emette acute proteste ad ogni appoggio, specie in discesa… Da qui, sarà un'assidua frequentazione delle quattro infermerie lungo il percorso: massaggi, pomate, bendaggi, pillole, bustine antidolorifiche (rigorosamente consegnatemi dai medici). Mi aspettano oltre 100 km, ma mica sono come Morselli, che si ritira anche sui cinquemila in pista!
Nella 'mia' Courmayeur, sto fermo un'ora e un quarto, per cure, cambio d'abiti e ristoro: ritrovo la stessa graziosa dott. Betta che mi assisté a La Thuile durante il Gran Trail del mese scorso, "prescrivendomi" all'una di notte un brodo caldo. Qui, mi rifà il bendaggio; qualche battuta stempera la tensione, poi riparto. Ma appena fuori dal ritrovo incontro il mio simpaticissimo albergatore, Alessandro dell'Hotel Aigle, con figlia, forse increduli di vedermi già lì (infatti, stento a crederci pure io) e a dieci minuti di chiacchiere non rinuncio; poco sopra, c'è il mio amico glaciologo milanese, con lo speaker locale che vuol sapere come e quanto…; poi, quasi al fondo della valle e dell'Italia, ci sarà il maratoneta-scarriolante di Ravenna Formichini, rimasto tutto il giorno in quota per assistere al mio passaggio; e ogni tanto ci si raggiunge tra italiani e si va di conserva… Insomma, tutto fa brodo per non pensare alla seconda notte, quella decisiva, che si approssima mentre uno dopo l'altro superiamo i tre ultimi rifugi italiani (Bertone, Bonatti, Elena) e scaliamo la nostra Cima Coppi, il Col Grand Ferret a 2537 m dopo 98 km, mentre un elicottero volteggia a prelevare un pre-infartuato (che poi risulterà sanissimo!).
Il Grand Ferret era il mio obiettivo minimo, ma come ci si fa a fermare ora, con 17 km di discesa su belle stradette svizzere che ci aspettano? Infatti si procede, fino alla cena di La Fouly, mentre la notte scende e noi estraiamo per la seconda volta le lampadine dallo zaino ("la vuoi accendere?", mi chiederà cortesemente un'addetta). Ancora discesa, poi comincia la salitona che segna (come diceva quel Tale) "l'ora delle decisioni irrevocabili": dai 1150 metri si va in 7 km ai 1477 di Champex, per un bosco ormai buio; da qui (ultimo grosso centro di ristoro e assistenza medica, con un gran freddo sul lungolago), o si smette o si parte sapendo che soffrirai, ma non potrai esimerti dal finire: mancano "solo" 41 km, cosa vuoi che siano?!
Una ragazza del'organizzazione spontaneamente si offre di cambiarti le pile al frontalino; ultimo controllo medico (niente benda nuova, solo bustina), stomaco e intestino protestano, ma si parte, in compagnia di Raffaele da Modena, con cui già s'era passata la notte precedente. Ma il nemico più insidioso attende: dopo poche centinaia di metri, sulle prime rampe della salita terribile di Bovine (una sassaia di 9 km, con 500 metri da salire concentrati in meno di due km), Raffaele mi confessa di vedere i massi incurvarsi assumendo la forma di amache… Le proviamo tutte (acqua, pillole, chiacchiere, commenti sul tracciato), e bene o male in quattro ore e mezzo finiamo la salita (siamo già oltre le 32 ore dal via!). Ma ai 2000 metri della vetta Raffaele si sdraia e mi prega di continuare da solo (arriverà a Chamonix un'ora e mezzo dopo di me).
Il tempo di mandare un messaggio a mia moglie (attenta agli strapiombi! corri in compagnia o aspetta l'alba!), di riceverne uno dalla figlia che ci sta seguendo allarmata sul sito della corsa ("adesso va a nanna, le dico, ci sentiamo domattina!"), di indossare e presto togliermi un soprabito pesante, poi mi lancio giù per il sentiero, con l'intenzione di riprendere la cinquantina di persone che ci avevano superato durante il nostro salire da zombi. Ci riesco (anche per l'estrema cortesia dei sorpassandi, che appena ti sentono alle spalle si appiattiscono contro le rocce lasciandoti spazio), e al ristoro di Trient (km 137) aggancio un gruppo di ossolani (dalla classifica, deduco che due si chiamino Tedesco e Morandi), coi quali, nel nome di Livio Tretto, affrontiamo il colle successivo, la Catogne. Si sale di 700 m in 5 km, il che ci sembra ormai uno scherzo, e infatti (a parte le nausee crescenti, e qualche immagine da sogno che arriva pure a me…) in poco più di 4 ore varchiamo il confine con la Francia: Vallorcine, 37 ore, solo 16 km da fare e appena 400 metri da salire! Sempre più roba da ridere, mentre l'ultima alba schiarisce il percorso e ci dà allegria.
In realtà, c'è la caviglia a ricordarmi di… essere tuttora sensibile al dolore: per fortuna, le braccia riescono ancora a puntare sui bastoncini e alleviare il peso. Gli ultimi dieci km sono ancora nei boschi sopra Chamonix: quello che ho, do, e ne sorpasso una quindicina, compresi gli amici ossolani. "Dai, arriviamo insieme!", è la richiesta, "Dai, venitemi dietro - rispondo - non voglio farmi prendere da chi so io!". Non vengono. E finalmente è Chamonix, con un paio di km di marcia trionfale per le vie del centro, fino al punto da dove eravamo partiti. Scattano adesso le 40 ore dal via: incredibile.
Al ristoro finale, posso finalmente addentare quel gustoso salame da cui mi ero finora astenuto; e al pasta party, riprendere la consuetudine con vino e salsicce. In 40 ore ho fatto più strada io, tra queste montagne ncantate, che Minerva, Rossi, Morselli e Prodi in tutto l'anno: potrei anche chiudere la mia carriera qui, dove stanno i Podisti veri.

Classifiche: [Courmayeur-Champex-Chamonix] - [Tour du Mont-Blanc]