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"Tirando gli ultimi sotto lo sguardo del Bianco"
(by Fabio Marri)

 

Siccome gli Uomini di Cromagnon non ci avevano voluto al traguardo nella prima settimana di giugno, qualcuno si è sentito un po' in credito con la propria preparazione fisica, o in debito rispetto all'UTMB del mese successivo, ed ha approfittato del sostituto valdostano, la prima edizione del Gran Trail della Valdigne (cioè la valle che comprende i comuni di Courmayeur, Pré S. Didier, Morgex, La Salle e La Tuile), annunciata per il 14 luglio su una distanza di 70 km, partenza e arrivo ai 1200 metri, con quattro colli o cime da scalare intorno o sopra i 2500 metri.
All'abbondante cena della vigilia, e annesso briefing, piomba sui circa 280 iscritti una doccia fredda: scusate, abbiamo rimisurato il percorso e…, per usare le parole del presidente della società organizzatrice, Giorgio Simonetti detto "Varano" o "Ciuffo", ci abbiamo aggiunto l'Iva al 20%; adesso i km sono 84, ma sarà consentito fermarsi alla 'mezza' (42 km) venendo ugualmente classificati! Come tempo di percorrenza calcolate circa quello del Cromagnon…
Con la differenza che qui il sole spacca le pietre: alla partenza, in piazza di Courmayeur alle 10 di mattina (decisamente troppo tardi) sono già 24 gradi: per quasi tutti, basta la sola canottiera sulla pelle nuda (e il confronto va alle maglie pesanti e agli impermeabili delle 5 del mattino a Limone). Anche il panorama è incomparabile: salendo verso il col Liconi (prima asperità, tanto per gradire: 1450 metri verticali da salire in 8 km, solo inizialmente su strada) ci si apre tutto il Bianco, dalla cima al Dente del Gigante, dalle Jorasses al col Ferret. Chi non crede al Paradiso salga qui e cambierà idea.
A parte i primissimi, che se ne vanno ben distanziati tra sé e dal gruppo (al traguardo, il solito Marco Olmo distanzierà il secondo di 34 minuti, il terzo di oltre un'ora e il quarto di quasi due ore!), noialtri restiamo abbastanza uniti, con frequenti scambi d'incoraggiamento. Eccellente, fin dall'inizio, la situazione dei ristori e dei rifornimenti d'acqua, più numerosi di quanto annunciato e più ricchi dello sperabile, tant'è vero che personalmente intaccherò solo in minima parte la riserva di cibo da portare obbligatoriamente nello zainetto (addenterò una barretta energetica a mezzanotte, in cima al terzo colle, dove i ristori mancano del tutto). Due dei ristori (quello della 'mezza', a Morgex, e quello di La Thuile, al km 64) sono degli autentici ristoranti da campo: nel primo (raggiunto in poco meno di 9 ore) mi capiterà di mangiare maccheroni al sugo, mocetta, fontina, yogurt, frutta secca e fresca, birra, cocacola, idrosalini, caffè e ovviamente la solita acqua freschissima di sorgente, ricavandone una carica energetica che mi durerà quattro ore buone. A La Thuile invece, su 'prescrizione' della carinissima dottoressa, come primo mi concederò tagliatelle in brodo (insipide però!): che, se non altro, mi serviranno a infliggere 50 minuti, da lì al traguardo, a Luana, altra stupenda mora che mi era davanti a Morgex e, raggiunta in salita, in eccellente compagnia mi aveva ri-superato nella discesa per La Thuile!
Oltre ai ristori, eccellenza assoluta anche nel numero e qualità degli addetti (circa 250, dicono), spesso autentici nostri tifosi: ricordo in modo particolare il ristoro di Charvaz, a 1500 m verso il km 33, dove, quando sto per afferrare un bicchiere di caffè, vorrebbero portarmelo via perché 'non è più caldo", e si mettono a prepararmene uno espresso. Mentre io, con quelle temperature (stavamo verso le 6 del pomeriggio, con sole altissimo) volevo proprio il caffè più freddo che ci fosse (e allora me lo lasciano bere)! Eccellenti anche i controlli sul percorso: in cima ai quattro colli veniva ritirata una parte del pettorale, e in tutti i principali centri abitati c'era una spunta con rilevamento cronometrico. Peccato solo che nelle classifiche finali sia dato appena l'intemedio della metà gara e non gli altri.
Ma torno al col Liconi e al sottostante lago, autentici capolavori della natura valdostana: da qui ci toccano mille metri di discesa in 4 km circa (i Gps non consentono grande precisione), poi un tratto quasi in piano fino al grosso ristoro di Planaval (km 18, m 1750). Cominciano 8 km di salita, inizialmente su strada bianca, poi sentiero, alla fine molto ripido: è forse una crudeltà, arrivati al col Fetita, non rimandarci subito verso valle ma costringerci all'arrampicata fino ai 2623 della cima. A compenso, va segnalato un rifornimento di acqua sorgiva così deliziosamente fredda che ci suggeriscono di berla a piccoli sorsi, e il tifo delle due giovani e bionde sbandieratrici al bivio sotto il colle, che ci chiamano tutti per nome (come sarà fatto anche in altri luoghi, almeno fin che ci si vedrà).
Bella la discesa verso La Salle, prima sul crinale, poi nel bosco su un delizioso sentiero, indi la deliziosa passeggiata in falsopiano fino a Morgex: certo che in 15 km scendiamo di 1700 metri, che poi dovremo risalire! Sarà per questa prospettiva, o perché ormai la stanchezza ha preso quelli alla mia portata (arrivo alla 'mezza' in 225^ posizione, solo in 185 però ripartiremo per completare il tracciato), ma ormai non corre quasi più nessuno, e i sorpassi sono sempre più rari. Ne conto una ventina nel primo tratto in leggera ascesa, i 100 m verticali fino a Pré S. Didier: deviazione alquanto gratuita sotto l'aspetto tecnico (dato che per la successiva salita bisogna tornare sulla verticale di Morgex) e che addirittura ci fa compiere un avant-indree di oltre un km per passare dalla piazza centrale di Pré, ma indotta -come mi spiegano- da convenienze politiche-economiche, e dal desiderio di dare pieno e paritetico onore a tutti i centri storici dei comuni della Valdigne. Tanto, la fatica la facciamo noi, diciamo che oltre all'Iva ci tocca anche l'Ici!
Cominciano adesso 13 km, a pendenza progressiva (nel senso che all'inizio sei su strada bianca e ogni tanto trovi 100 metri pari, da correre se hai un minimo di dignità; poi cominciano le sassaie, e addio piante dei piedi!), che ci portano ai quasi 2400 m del Colle Croce. Vista soprattutto la successiva discesa, direi che questa parte è la più crudele del tracciato: davvero, dopo il traguardo intermedio di Arpy (52 km, a 1670 m), ci si poteva instradare sulle più tranquille pendenze del Colle San Carlo, che senza accorciare il giro ci avrebbe almeno risparmiato fatiche e angoscie. Sì, perché è scesa la notte, le segnalazioni non sono sempre delle migliori (come invece lo saranno sull'ultimo colle), le pendenze e le irregolarità del fondo risultano massacranti, in cima non ci sono rifornimenti, cominci a tremare dal freddo…
Come Dio vuole, arriva (dopo quasi 15 ore!) la superba La Thuile, il salutare ristoro al chiuso di cui ho detto, quattro chiacchiere con le gambe sotto la tavola (ma quel sadico addetto che mi descrive il colle successivo come solo sentieri e sassi, lo fa per temprarmi o per indurmi al ritiro?). In realtà, almeno 3 km sono su strada asfaltata. Ritrovero' l'addetto al traguardo e gli rinfaccero' la bugia: risponde che l'asfaltatura l'avevano appena fatta…
Eccoci comunque (chi non si è fermato nel frattempo), nella notte fonda e senza luna, sui 1130 m da salire in 10 km da La Thuile all'ultimo colle, l'Arp a 2570, al di là del quale si spalancano di nuovo la valle di Courmayeur e il Dente del Gigante. Sono ripartito da 125°; all'incerta prospettiva notturna, il varco sembra vicino e non troppo ripido; nella realtà, l'ultima ora di salita è penosa per tutti, che alterniamo stentati passi a soste in piedi o addirittura a sedere (sempre che i crampi poi non ci impediscano di rialzarci). Dall'alto accendono un riflettore e incitano a non mollare: arrivati, ci buttano addosso coperte militari. Sono le quattro di mattina, stanno annunciandosi le prime luci dell'alba: almeno l'ultima discesa non sarà da fare col solo ausilio dei segnali catarifrangenti (qui, peraltro, ottimi) da inquadrare con le nostre lampadine frontali.
E meno male, perché la prima mezz'ora è brutta forte: sassi, tornanti, pendenze su cui i quadricipiti dolenti non riescono più a frenare… All'ultimo ristoro si può scegliere tra l'incerto sentiero e la strada bianca, più lunga ma almeno corribile. Ovvio che io vada su questa, ma purtroppo a un certo punto un inflessibile segnalatore di nuovo ci ributti sul sentiero. Ecco in basso le case di Dolonne (dall'altra riva della Dora rispetto a Courmayeur), presso il cui centro sportivo è posto il traguardo: un po' beffardo, e appoggiandosi sui bastoncini (che io rifiuto per principio) mi supera uno, dicendo: "fosse tutta così la strada!". Dalle classifiche, apprenderò che alla mezza aveva quasi un'ora di vantaggio; l'ho ripreso, ma adesso mi va via…
Però c'è un Dio anche per chi ama le superfici lisce: più o meno l'ultimo km si svolge su acciottolato piano. Vedo da lontano l'amico che, bastoncini sottobraccio, continua il suo passetto di prima, mentre io mi metto a correre (certo, non meglio dei 6 a km, ma è pur sempre corsa!). Alla penultima curva lo supero; percepisco che tenta di correre, ma è troppo tardi, e arriverà con 13 secondi di distacco. Cosa non si fa per un 116° posto finale!
Mancano meno di 4 ore allo scadere del tempo massimo (24 ore), che non è stato allungato, a dispetto dell'allungamento del percorso (mentre erano stati 'addolciti' i tre cancelli intermedi). C'è possibilità, oltre alle docce, di un ulteriore pasta-party (cui rinuncio). Puntuali e abbondanti le premiazioni, con trofei di categoria (rigorosamente non venali) che toccano anche, in mancanza di classificati, a chi non ha completato gli 84 km. Alla fine, sono 146, cioè poco più della metà dei partenti, quanti rientrano a Courmayeur sulle proprie gambe; e 104 quelli che sono arrivati almeno alla mezza e si trovano in classifica.
Il sole picchia già implacabile: a tutti i dolori che abbiamo, e alle unghie che perderemo, già dobbiamo aggiungere le scottature solari… Ma basta levare gli occhi al Bianco, al Dente, alle Jorasses, per pensare che dalla sofferenza è scaturita non so che felicità nuova.