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Annuncia con orgoglio di essere il giro podistico "più
antico d'Italia" (è arrivato alla 22^ edizione), e
non ci sarebbe molto da ridire se qualcuno lo definisse il meno
panoramico: eppure la creatura di Ivano Barbolini (ideatore della
Maratona d'Italia) incrementa in questa edizione del luglio 2007
il numero dei partecipanti (258 contro 220 dell'anno scorso),
a compenso dell'incrollabile entusiasmo del suo patron. Un personaggio
che è riuscito ad imporre sulla ribalta
italiana la propria maratona autunnale, vincendo con le sue invenzioni
(ultima, e pronta a dare il meglio di sé nel 2008, l'abbinamento
con l'impresa centenaria di Dorando Pietri) soprattutto lo scetticismo
dei vicini di casa, che volta per volta gli hanno rimproverato
i prezzi d'iscrizione eccessivi, un'attenzione maggiore per i
grandi campioni e la Tv piuttosto che per gli amatori comuni.
Aboliti i premi in denaro, è divenuto difficile annoverare
vincitori del calibro di uno Stefano Baldini (primo nel 1992),
un Massimiliano Ingrami (vincitore nel '97, in accoppiata col
successo alla maratona, e col tempo record che tuttora resiste),
una Simona Viola (cui appartiene ancora il primato femminile,
stabilito nel '93), una Florinda e una Lucilla Andreucci (vincitrici
rispettivamente nel 2001 e nel 2003); ma ne guadagna forse l'incertezza
del risultato, che
anche quest'anno ha oscillato sul filo dei secondi tra il vincitore
Corrado Reggiani e Giuseppe Pellacani, distanziati di 29"
al termine delle tre tappe (mentre 32 erano stati i secondi che
avevano separato i primi due del 2006, gli stessi di quest'anno
ma in ordine inverso).
Più netto il distacco in campo femminile, dove la prima
delle ultime due edizioni, la reggiana Rosa Alfieri (vincitrice
dell'ultima maratona di Palermo), si è riconfermata con
circa 3 minuti su Monica Barchetti.
Ma lo spettacolo è venuto da chi correva dietro: quelli
che ogni sera, prima di entrare nell'area di partenza, leggevano
con attenzione le classifiche pubblicate sul quotidiano "Notizie
Giro", controllando la propria classifica e quella degli
amici-rivali con cui avevano scommesso circa le reciproche prestazioni,
e poi si avviavano con un occhio all'orologio e l'altro ai propri
privati concorrenti: una gara del tutto disinteressata, dal momento
che oltre il decimo posto i premi erano uguali per tutti, ma dove
era in palio la personale credibilità podistica e il diritto
di "tàmpel" (di sfottò) in una provincia
dove molte sono le occasioni per correre ma poche quelle per misurarsi
sulla scorta di precisi responsi cronometrici.
E faceva spettacolo, ancora, lo stesso Barbolini, che dopo l'arrivo
dei primi (puntualmente descritto dallo speaker di casa Roberto
Brighenti, uno che cominciò proprio correndo questo giro
negli anni Ottanta) a cavallo della sua motoretta microfonata
percorreva il tragitto a ritroso, annunciando i risultati e spendendo
una buona parola per tutti quanti incontrava, ormai sfiatati,
negli ultimi chilometri del percorso. E nelle sere più
calde offriva bottigliette d'acqua fresca, raccomandando però
di passarsele l'un l'altro senza disperderle nell'ambiente.
Nella terza serata, appena dopo la conclusione del giro e le
premiazioni, col Cigno e Vega allo zenit di un limpido stellato,
il complesso dei "Sempre Noi" (che annovera elementi
dei "Nomadi" prima maniera), nel riprendere uno dei
propri successi più grandi sembrava indirizzare, ai podisti
seduti sulla collina rugiadosa e soprattutto a Barbolini stesso,
come fossero un invito a continuare in questa avventura, le parole
di Francesco Guccini: "Mi piaccion le fiabe,
raccontane altre".
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