Notizie dall'inviato.
In effetti la Dolomites Skyrace, corsasi a Canazei domenica 23 luglio, con
i cancelli stretti che chiudono fuori molti amatori e l'aura che ogni competizione
"mondiale" si porta dietro mi vedeva ai nastri di partenza più
come cronista che come atleta...
Il circo del Campionato Mondiale di SkyRunning è per molti versi
simile a quello della Formula 1: una serie di eventi che si svolgono in
diverse zone del mondo, dalla Spagna al Messico, passando per lItalia
che vede due competizioni e mezza (la Dolomites SkyRace, il trofeo Scaccabarozzi
sulle Grigne e una gara a cavallo con la Svizzera, la Valmalenco).
Ci sono figure di spicco, nomi famosi e uno sponsor che caratterizza tutte
le manifestazioni.
Ma i punti di contatto finiscono qui.
Poi cè la corsa, gli atteggiamenti un po guasconi
dei montanari moltiplicati dallo spirito goliardico che anima tutti gli
amanti delle nuove discipline sportive, specialmente quando sono considerate
estreme, la bellezza silenziosa e imponente dellambiente
montano che ci accoglie e sopporta.
La mattina del sabato passeggiavo per il centro di Canazei, spiando con
gli occhi le vette intorno e cercando di capire quale fosse il Piz Boè
meta della gara.
Le nuvole passavano veloci preannunciando una temperatura favorevole ma
Giove Pluvio beneaugurante non basta a tranquillizzarmi. E una gara
dura, 10 km in salita per un dislivello di 1700 mt e poi 12 km di discesa
per altrettanti metri fino a ritornare al punto di partenza, la piazza
di Canazei.
In mezzo prati, ghiaioni, alcuni passaggi in cui bisogna appoggiare le
mani alla roccia.
Il record della corsa è di poco inferiore alle 2 ore e 10 minuti.
Il tempo massimo concesso 4 ore e 15 minuti.
Al ritiro dei pettorali vado con la famiglia. Mia moglie guarda stupita
questi runners provenienti dalla Spagna, dalla Gran Bretagna, dal Sudamerica
e ovviamente dallItalia.
Si parlano tante lingue ma ci si capisce al volo. Si parla di scarpe,
di bastoncini da portare o da lasciare, della giacca a vento che da questa
edizione è diventata obbligatoria.
Mia figlia si impossessa della sciarpa-bandana, un omaggio della Buff,
sponsor ufficiale, realizzata apposta per la gara. La lascio fare, io
ho puntato una maglia in pile con il logo della Dolomites SkyRace e pregusto
il momento in cui la sfoggerò con gli amici: piccole vanità
subito ridimensionate dal pensiero di non riuscire a restare nei tempi.
Passa unora e mi telefona Franco Valsecchi, altro Road presente
alla gara insieme ad un po di amici della DRS, la lista internet
di podisti.
Lo raggiungo allufficio gara, questa volta da solo, lasciando la
famiglia in camper a godersi un po di meritato riposo. E un
modo per assaporare di più lambiente. Con Franco incrocio
Francesco, entrambi belli carichi di adrenalina.
Nell'elenco degli iscritti ci sono nomi mitici, alcuni già conosciuti
di persona come Bruno Brunod e Pietro Trabucchi, altri di cui ho solo
letto sul web o sulle riviste specializzate.
La sera ceniamo con la mia famiglia e andiamo in piazza a vedere la presentazione
dei top runners.
Si inizia con il filmato (presente anche su www.dolomiteskyrace.com) che
fa letteralmente venire i brividi e poi c'è la presentazione del
percorso. Strappo a mia figlia una promessa di non raccontare troppo alla
madre e andiamo a dormire carichi e contenti.
Il mattino dopo, sveglia alle 6.30, colazione, preparazione di rito e
passeggiata verso la piazza del paese.
Il sole appare e scompare, ma la temperatura è perfetta e in canotta
e pantaloncini del Road non sento freddo.
Ho in vita la borraccia con legata sopra la giacca a vento. Ho optato
per non portare i bastoncini con i quali non ho esperienza. Il pettorale
mi stringe, denunciando fin da subito quanto il mio fisico sia inadatto
a queste competizioni, almeno a questi livelli.
Sotto lo striscione dello Start incrocio Franco e Francesco e facciamo
un po di riscaldamento, subito interrotto dallincontro con
Bruno Brunod. E un campione, lo ha dimostrato mille volte, lultima
questa estate quando è quasi riuscito a salire di corsa sullEverest.
Ma per me lo dimostra ancora di più oggi, quando salutandoci ci
dice sereno: Non sono riuscito ad allenarmi quanto avrei dovuto,
quindi non posso aspirare a grandi risultati. Ma la gara è bellissima
e ogni volta che indosso il pettorale io mi diverto!, modestia e
semplicità.
Bruno continua dandoci alcuni consigli sul percorso, subito dopo il Piz
Boè la discesa è tecnica, bisogna fare attenzione...
Troviamo gli altri DRS: Gianluigi da Milano, Cristiano, Stefano, Riccardo
da Venezia e Treviso. Siamo un bel gruppetto, entrati nella gabbia ci
posizioniamo dietro a tutti e aspettiamo il via.
Lelicottero giallo e rosso della televisione (e del soccorso alpino)
si alza e con lui la corda che dà inizio alla nostra avventura.
Corro sciolto vicino a Riccardo, il più lento dei nostri, passiamo
la piazza, giriamo a sinistra e ci infiliamo in una strada in salita (ma
guarda che bella quella casetta decorata), la strada presto si trasforma
in mulattiera e comincia ad inerpicarsi.
Qui in una gara normale si inizia a camminare e io comincio a guadagnare
posizioni, invece sono ancora ultimo
nessuno molla. Magari si infila
qualche metro di buon passo nei punti più ardui ma poi si riprende
subito a correre.
Si sale fino ad una strada asfaltata, il primo dei tornanti del Passo
Pordoi reso celebre dalle imprese epiche dei ciclisti nei tanti Giri dItalia,
ma lasfalto è tabù, si percorre la massicciata e si
supera di slancio la strada per affrontare un altro tratto su mulattiera
e poi linizio della pista da sci.
Curioso percorrere una pista come questa in senso contrario e senza neve.
I ponti in legno portano le tracce dei puntali dei bastoncini e rimbombano
dei passi di noi podisti.
Arranco e non mollo, punto un atleta un po più avanti. I
pettorali sono stati assegnati in ordine di nascita: più si è
vecchi più alto è il pettorale. Io con il mio 332 su 450
iscritti mi piazzo nella seconda metà, ma il 391 mi sembra irraggiungibile.
Non fa caldo ma sudo molto per lo sforzo. Cerco di dosare le energie,
di correre in soglia e di arrivare prima possibile allHotel Pordoi.
Subito sopra ci sarà il primo cancello orario: 1 ora e 5 minuti.
La mia strategia di gara è semplice: cerco di mettere un po
di fieno in cascina fino al primo cancello. Lì decido in base al
tempo se prendermela un po più comoda o se continuare a spingere.
AllHotel Pordoi arrivo bene, supero agilmente una ragazza inglese
con un paio di pantaloncini del colore della Union Jack, supero anche
un paio di runners che avevo nel mirino già da una decina di minuti,
e vengo superato dal pettorale 401 (complimenti). Mi rendo conto che i
bastoncini aiutano molto in salita, atleti che supero agilmente appena
cala la pendenza mi riprendono spingendosi con i bastoni. Altro appunto
mentale per la prossima gara in montagna.
Finalmente in alto (e come potrebbe essere diversamente) vedo il Passo
Pordoi, 2238 mt slm, 788 metri saliti dalla partenza (per uno sviluppo
orizzontale di 5,8 km), spingo, sbuffo, vedo il ristoro, trangugio un
bicchiere di tè e uno di acqua e guardo il cronometro 5820.
Non cè tempo da perdere, affronto la salita di buon passo
e rincorro i concorrenti davanti a me. Il terreno si è fatto più
ripido e sabbioso. I piedi scivolano indietro ad ogni passo, i bastoncini
mi mancano ancora di più. Cerco di concentrarmi sul passo, sui
punti in cui poggiare i piedi, spio chi mi precede. La terra cede il passo
alla ghiaia rocciosa, guardo un attimo in alto e scorgo lontanissima la
forcella del Sass Pordoi e il serpentone di atleti che mi precede. Guardo
in basso e la coda dietro me è stata troncata al cancello inferiore.
Il piede perde lappoggio e scivolo, mi maledico e mi concentro di
nuovo sulla corsa. Accelero il più possibile con la paura di restare
chiuso fuori dal cancello dellora e cinquanta.
Fatica. Sudore. E gente che applaude sul sentiero, gente di montagna
che sta percorrendo la nostra stessa strada, che riconosce la fatica che
ci vede in faccia, che è in marcia da alcune ore solo per poterci
applaudire, che ci cede volentieri il passo, anche a noi che chiudiamo
la fila. La solita bugia: "Dai che andate bene, siete in forma, non
mollate!"
Ho deciso di non guardare lorologio per non forzare il passo, ma
raggiungo uno stanco collega di salita che bofonchia allamico
parole di conforto: E passata 1 ora e mezza ce la possiamo
fare.
Anchio sento a portata di mano limpresa. Lunico traguardo
adesso è la forcella da cui sento provenire urla esaltanti e rauchi
richiami di corvi. Spingo appoggiando con le mani sulle ginocchia, sposto
tutto il peso in avanti in modo da avvantaggiarmi della forza di gravità.
E finalmente, dopo lennesima curva, alcuni scalini tracciati con
il legno mi conducono alla forcella. 2829 mt, 591 mt di dislivello dal
Passo Pordoi, per solo 1500 metri di sviluppo lineare, meno di quattro
giri di pista.
Le grida della gente mi aiutano, guardo lorologio 1:40 sono salito
molto bene, meglio di quanto pensassi, ma adesso cosa mi aspetta? Prendo
tempo al ristoro. E ripenso al Trail del Bangher la scorsa domenica, allinterminabile
e penosa discesa.
Dopo la forcella il sentiero ci porta su un altopiano lunare
dove regnano il vento e la pietra. Lo sguardo spazia lontano e il tempo
assume un altro ritmo.
Torno a correre di nuovo dopo quasi unora di faticosa salita. Ritrovo
il ritmo, il sentiero, pur stretto, è bello sgombro e si può
andare. Il fotografo ufficiale mi riprende mentre supero un podista che
inciampa e vola e si rialza in un balletto aereo. La salitina mi conduce
alla fine di una spaletta rocciosa, superata la quale scorro con lo sguardo
il nuovo panorama e la nuova sfida: il Piz Boè, 3152 metri di altezza.
La filosofia che sta dietro allo SkyRunning è semplice: da un
paese di montagna di sale di corsa in cima ad una montagna che sovrasta
il paese e si torna giù nel minor tempo possibile. Il Piz Boè
è il mio prossimo obbiettivo. Dopo di lui non ci sarà più
salita ma solo la lunga discesa verso valle.
Il respiro è sciolto, non sento laltezza o per lo meno non
mi sembra di sentirla. Supero agilmente alcuni tratti impegnativi, affondo
il piede nella neve mentre supero un nevaietto e affronto un salto con
un tratto di ferrata. Mi isso lungo la corda, supero un gruppo di escursionisti
tifosi che si sono bloccati su un passaggio difficile. Il cuore mi si
gonfia dorgoglio entrando nelle loro menti e immaginando i loro
commenti. E una sorta di auto esaltazione. E si sale
si sale
cedo il passo ad un concorrente che mi raggiunge proprio mentre incrociamo
dei suoi amici che lo incitano. Dallalto sento chiamare per nome
un altro corridore. Mi manca il supporto personalizzato, vorrei poter
contare su un volto amico. Questi ultimi 323 metri di dislivello sono
belli tecnici, la roccia è solida e il percorso ben segnato e corredato
di funi nei posti più esposti. Però i quadricipiti tremano
per lo sforzo e anche un singolo passo diventa difficile.
Dallalto una ragazza mi grida Forza Francesco che ce lhai
fatta!, lorganizzazione (impeccabile in ogni punto) raggiunge
lapice in queste cose. La ragazza ha in mano lelenco degli
iscritti, spia il mio pettorale, scorre la lista e mi incita per nome.
Lho potuta ricambiare solo con un sorriso, mentre passavo oltre
e raggiungevo il ristoro in vetta al Pizzo.
Ed ecco la discesa, la tanto temuta discesa. Mentre scendo i primi metri
il cuore mi si allarga, il passo ritrova il ritmo che mi era proprio quando
da ragazzo calcavo le Dolomiti nelle escursioni estive. I ghiaioni lungo
i quali scivolare, i balzi da una roccia allaltra, rimbalzando via
leggero, la sicurezza del passo. Gli incubi si dissolvono mentre acquisto
parimenti velocità e confidenza. Data la velocità dei concorrenti
i volontari che segnano il percorso devono essere più numerosi.
Gli escursionisti ci guardano come fossimo dei pazzi e ci cedono il passo.
Quelli che salgono si fermano nelle curve del sentiero, quelli che scendono
non fanno a tempo a spostarsi che vengono aggirati. Una curva secca e
il sentiero precipita verso valle. Dei tronchi tracciano la strada e forniscono
utili appoggi. Qui il primo è volato tentando di tagliare per la
massima pendenza, io prudentemente rallento, per poi riprendere subito
il passo e saltare gli ultimi gradini di roccia prima del Rifugio Boè.
Da qui fino a valle è un alternarsi di sensazioni forti e di immagini
che scorrono accelerate.
Il canalone dal quale risale lelicottero come si vede in molti film
dazione, la serpentina del sentiero che diligentemente seguo mentre
una forte atleta spagnola appoggiandosi ai bastoncini taglia per la massima
pendenza, lalternarsi al comando con un concorrente di pari forza
entrambi attenti a non scaricare pietre su chi ti precede, lo sguardo
triste del pettorale 180 che infortunatosi al ginocchio deve scendere
lentamente a valle mentre vorrebbe saltare lungo le pendici, i 500 metri
lineari in cui si scende per 500 metri, una specie di scivolo naturale
(unica mia caduta della giornata), i pini mughi che tolgono il respiro
e nascondono le insidie del sentiero, ma soprattutto lultimo sguardo
riverente verso il Piz Boè che altissimo ti conforta sullimpresa
appena compiuta.
E infine il sentiero spiana, mancano 4 km, meno di due giri di Montagnetta,
le unghie dei piedi mi dolgono ad ogni passo, eppure guardo il cronometro
e penso che sicuramente finirò in classifica, forse potrei stare
sotto le quattro ore.
E aumento il passo e non mi fermo più a camminare, anzi in discesa
lascio correre le gambe incurante delle fitte, e ritrovo le case di Canazei,
supero ancora un concorrente ed accelero per non farmi raggiungere a sorpresa,
e finalmente lultima curva e il traguardo. 3 ore e 45 minuti. Sono
soddisfatissimo.
Lo speaker ha annunciato il mio arrivo chiamandomi per nome e cognome
e dichiarando la società Road Runners Club Milano, da oggi anche
un po Trail Runners Club, mia figlia e mia moglie non mi aspettavano
così presto (un po di pre tattica mi aveva fatto dichiarare
un tempo di 4:15).
Anche Franco è allarrivo, stanco e soddisfatto del suo 3:08
che lo pone 198esimo tra gli uomini. E così tutti gli altri con
Francesco, nostro eroe della giornata, che ha fermato il cronometro in
2:48 (109esimo), Gianluigi tra i primi della sua categoria e Riccardo,
ritiratosi al primo cancello eppure soddisfatto dellesperienza.
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