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Che
cosa si deve mangiare nei giorni che precedono la maratona? Che
cosa, invece, si deve evitare?
Fino
ad una decina di anni fa, veniva consigliata ai maratoneti di
seguire un'alimentazione del tutto particolare nei sei giorni
che precedevano la prova dei 42,2 chilometri:
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per tre giorni - vale a dire dal sesto al quarto giorno prima
della maratona - si seguiva una "dieta ipoglucidica",
vale a dire molto povera di carboidrati (quindi senza pane,
pasta, riso, dolci, biscotti, patate e così via), ma
costituita quasi esclusivamente da proteine e da grassi;
· nei tre giorni successivi, al contrario, si
consumavano con netta prevalenza carboidrati ("dieta
iperglucidica"). |
Tutto
era nato da una ricerca compiuta alla fine degli anni Sessanta
da alcuni studiosi svedesi. Essi, utilizzando le biopsie muscolari
(ossia il prelievo di frammenti di muscolo), avevano constatato
che, proprio seguendo quel tipo di dieta, nei muscoli stessi si
poteva raggiungere un'altissima concentrazione di glicogeno,
vale a dire di quella sostanza che è fatta di molte migliaia
di molecole di glucosio legate l'una all'altra. Il glucosio
è la sostanza dalla quale i muscoli stessi traggono la
maggior parte dell'energia per lavorare.
In
totale, del resto, per completare una prova di 42,2 chilometri,
i muscoli dell'atleta (sia egli un campione che completa la prova
in poco più di due ore, sia se ci impiega il doppio del
tempo) consumano circa 40 chilocalorie per ciascun chilogrammo
del proprio peso corporeo. Dai carboidrati disponibili (vale a
dire dal glicogeno dei muscoli, ma anche dal glicogeno del fegato
e dai carboidrati assunti durante la gara), però, come
massimo possono derivare molto meno di 30 chilocalorie per chilogrammo.
Le rimanenti chilocalorie (più di 10) devono essere ricavate
dai grassi; ma non sempre l'organismo è in grado di fornirne
nella quantità sufficiente.
In
ogni caso, è molto importante cercare di presentarsi alla
partenza avendo una buona scorta di glicogeno nell'organismo.
Nel corso della maratona, infatti, uno dei fattori che può
determinare la crisi del maratoneta, è rappresentato dall'esaurimento
del glicogeno presente nel corpo, vale a dire nei muscoli e nel
fegato. Il cosiddetto "muro" che secondo alcuni studiosi
i maratoneti incontrano al trentesimo chilometro e secondo altri
al trentaduesimo (o al ventesimo miglio), infatti, è spesso
legato al fatto che nell'organismo del corridore non ci sono più
carboidrati e, poiché anche per utilizzare i grassi occorre
che ce ne siano ancora (i biochimici sostengono che "i grassi
bruciano nel fuoco degli zuccheri"), ecco che i muscoli perdono
la loro efficienza e la velocità di corsa inevitabilmente
si abbassa. In qualche caso il corridore è talmente in
crisi che è costretto a camminare o persino a ritirarsi.
Per
essere sicuri di non "sbattere contro il muro", da un
lato è importante scegliere fin dall'inizio l'andatura
più adatta al proprio livello; dall'altro lato si deve
allenare (attraverso mezzi quali il "medio", il "lungo"
e il "ritmo gara") la capacità di consumare un'elevata
quantità di grasso per ogni minuto. Ma è anche necessario,
come si è detto, avere molto glicogeno nei muscoli al momento
della partenza.
Sugli
atleti che avevano seguito quella dieta di sei giorni (tre giorni
con pochi carboidrati e tre giorni con molti carboidrati), gli
studiosi svedesi avevano constatato che la concentrazione di glicogeno
nei muscoli saliva nettamente, passando da 1,5-2 grammi per ogni
100 grammi di muscolo ad oltre 3 grammi. Alcuni maratoneti vinsero
importanti gare proprio affidandosi a tale tipo di alimentazione.
Da quel momento in poi, la "dieta svedese" divenne la
regola per la maggior parte dei maratoneti di un certo livello.
In
seguito, però, ci si rese conto che da un lato la "dieta
ipoglucidica" era piuttosto difficile da seguire e dall'altro
lato che l'utilità di quei tre giorni iniziali era molto
bassa. Successive ricerche, infatti, avevano dimostrato che i
maratoneti ben allenati partono già da livelli di glicogeno
nei muscoli assai più alti di quelli non soltanto degli
individui sedentari, ma anche degli atleti poco allenati, quali
erano quelli che erano stati studiati dagli scienziati svedesi.
Ormai da vari anni, dunque, i maratoneti si limitano a fare gli
ultimi tre giorni di "dieta iperglucidica", per di più
non così rigida come prima; eventualmente fanno precedere
questi tre giorni da un pasto ipoglucidico la sera del quarto
giorno precedente la gara.
Lo
schema che si può consigliare a chi voglia arrivare alla
maratona con molto glicogeno nei muscoli, dunque, è questo:
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nella cena del quarto giorno precedente la gara (mercoledì
sera se la gara è di domenica) si mangia, per esempio,
un antipasto di prosciutto; un brodo; un secondo di carne
di qualsiasi tipo, oppure di pesce o di uova, accompagnato
da un piatto di insalata verde (l'unica fonte di carboidrati);
non si consumano pane, grissini, cracker, né frutta;
si beve acqua a volontà; un pasto di questo tipo, in
ogni caso, può essere evitato e si ottiene egualmente
un riempimento più che buono dei depositi di glicogeno
dei muscoli;
· dal terzo giorno precedente la gara fino al
giorno prima (ossia da giovedì al sabato se la gara
è di domenica) si fa una prima colazione con pane (o
fette biscottate) con marmellata o miele, oppure con biscotti
o torte senza panna o crema, con caffé o tè
o/e latte parzialmente scremato e/o yogurt magro; il pranzo
e la cena devono iniziare con un primo abbondante, un secondo
(di carne, di affettati magri, di pesce
) di quantità
ridotta, accompagnato da un contorno di patate e/o carote
e seguito da frutta a volontà ed eventualmente da un
dessert; si può mangiare pane o grissini o cracker
e sono ammesse le bibite dolci (aranciate, cole, chinotti
).
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In
linea di massima, le proprie abitudini alimentari non devono essere
sconvolte. E' bene, in particolare, scegliere alimenti che si
consumano abitualmente e che si sa che non danno alcun disturbo.
Quello che varia - se si esclude l'eventuale cena speciale del
quarto giorno precedente la gara - deve essere soprattutto la
proporzione fra i vari nutrienti; negli ultimi tre giorni, in
pratica, si devono prendere quantità superiori di carboidrati,
pochi grassi e quantità inferiori di proteine. Un tempo
le proteine erano del tutto sconsigliate; le ricerche degli ultimi
anni, invece, hanno dimostrato che è indispensabile assumere
una certa quantità di esse se si vuole aumentare la quantità
di glicogeno che viene depositata nei muscoli.
Dell'alimentazione
del giorno della maratona, si parla in uno specifico articolo.
Alcune
considerazioni particolari riguardano coloro che sono seguaci
della Zona una strategia alimentare che oggi viene seguita da
non pochi maratoneti. Costoro possono continuare a fare la Zona
(pur con qualche modifica) anche nei giorni precedenti alla gara;
essi, del resto, sanno quanto meno efficienti si sentono quando
escono dalle regole di tale strategia. Sarebbe irrazionale, quindi,
che questo accadesse proprio in occasione di un impegno tanto
importante quanto quello della maratona. Ecco quali sono gli adattamenti
da adottare da parte di coloro che mangiano secondo i dettami
della Zona:
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negli ultimi tre giorni gli allenamenti devono essere ridotti
al minimo; già questo favorisce l'accumulo del glicogeno
nei muscoli; il giorno prima della gara (oppure, a seconda
di come si preferisce, due giorni prima) vale la pena, però,
di fare una breve seduta, eventualmente provando anche il
ritmo che si dovrà tenere in gara;
· nei pasti e negli spuntini di questi tre giorni
possono essere modificate le proporzioni dei tre macronutrienti;
invece del classico 40% di carboidrati, 30% di proteine e
30% di grassi, si può passare (e si è ancora
in Zona, sia pure al limite estremo) al 50% di carboidrati,
al 25% di proteine e al 25% di grassi; in pratica vanno aumentati
dei due terzi (66%) i blocchetti dei carboidrati; i 20 grammi
di pane diventeranno così un po' più di 30,
i 100 grammi di frutta diventeranno quasi 170, i 40 grammi
di pasta diventeranno circa 65; anche questo contribuisce
ad arricchire di glicogeno i muscoli;
· la sera del giorno precedente la gara si può
consumare un pasto iperglucidico, in parte anche con alimenti
che determinano certamente un innalzamento della glicemia
e dell'insulinemia, quali la pasta, il pane e le patate, a
patto, però, che contemporaneamente si assumano almeno
6 grammi di olio di pesce raffinato e distillato; in questa
maniera non si avrà un'accentuata produzione di eicosanoidi
"cattivi", poiché gli acidi grassi omega-3
contenuti nell'olio di pesce spingeranno verso la produzione
anche di eicosanoidi "buoni".
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