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Enrico Arcelli: "il
caso Pistorius, luglio 2007".
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Enrico
Arcelli per Novararunning
Oscar
Pistorius è l'atleta sudafricano che al Golden Gala ha
corso i 400 m con due protesi in carbonio in sostituzione delle
gambe, amputategli quando aveva un anno a causa di una malformazione.
Di lui si è parlato molto in questo periodo. Alcuni sostengono
che è giusto che gareggi assieme ai normodotati (persino
ai campionati del mondo del prossimo agosto ad Osaka); altri sono
di parere opposto. Fin dall'inizio alcuni giornali hanno messo
le cose in maniera tale per cui i primi sono i buoni; gli altri
sono i cattivi. Come è successo altre volte, ad un certo
punto la situazione è sfuggita di mano ai giornalisti stessi
e, dunque, anche quelli che in cuor loro sono convintissimi che
sarebbe una grossa stupidaggine ammettere Pistorius ai mondiali,
sono costretti a fare finta di non essere di quella opinione per
non essere additati come cattivi.
E'
anche successo che soltanto pochi hanno cercato di approfondire
quello che è il problema vero: quelle protesi danno dei
vantaggi oppure no rispetto a chi corre con le proprie gambe?
Proprio
in questi giorni sono stato relatore di Marina Mambretti che si
è laureata (con 110 e lode) in Scienze Motorie all'Università
di Milano. Ricordo che la Mambretti è un'ottima atleta
(quest'inverno ha corso i 400 m al coperto in 55"42, ma in
primavera si è infortunata). Con lei, il prof. Giampiero
Alberti ed io stiamo facendo da vari mesi alcune ricerche proprie
sui 400 m e c'è venuto naturale in questi giorni utilizzare
le conoscenze acquisite in questi studi per analizzare alcuni
aspetti del caso Pistorius. Riporterò qui quelli che sono
più interessanti e dei quali nessuno ha parlato.
Consideriamo
per prima cosa l'aspetto puramente biomeccanico della corsa di
chi è già lanciato, come può essere un quattrocentista
da pochi metri dopo la partenza fino all'arrivo. La sua corsa
è, in pratica, una successione di passi. In ognuno di essi
si ripetono tre fasi: c'è dapprima una fase, quella della
spinta, in cui i muscoli (del polpaccio, della coscia e del gluteo)
accelerano il corpo e innalzano il centro di gravità; poi
c'è una fase di volo, quella senza contatto con il suolo;
e, infine, una fase di arrivo a terra, quella di ammortizzazione.
In quest'ultima fase, il centro di gravità si abbassa ai
valori minimi, mentre la velocità si riduce, poiché
il piede appoggia davanti al centro di gravità stesso e
questo provoca una frenata. Durante l'ammortizzazione molta energia
va dispersa e, nella spinta successiva, i muscoli propulsori devono
spendere molta energia per innalzare nuovamente il centro di gravità
e per recuperare la velocità persa. Esiste un meccanismo
che, in ogni caso, riduce questa perdita di energia nella fase
di ammortizzazione: all'arrivo a terra, infatti, i muscoli e il
tendine del polpaccio, nel momento stesso in cui vengono stirati,
si comportano un po' come un elastico quando allontaniamo uno
dall'altro i suoi estremi; essi, cioè, sono in grado di
accumulare energia che, appunto, viene definita "elastica".
Nel caso dell'uomo che sta correndo, questa energia elastica può
essere sfruttata subito dopo, nel momento della spinta: quando
il polpaccio si accorcia, una parte dell'energia (solo una parte,
però) contribuisce alla propulsione verso l'avanti e verso
l'alto del corpo.
Nel
caso delle protesi di Pistorius succede la stessa cosa: esse sono
strutturate in maniera tale per cui all'arrivo a terra accumulano
energia elastica che poi viene restituita. La differenza è
che la percentuale di energia che viene sfruttata è in
questo caso fra il 60 e il 70%, ben di più di quella che
invece può essere utilizzata normalmente nella corsa dell'uomo.
Un
vantaggio ben maggiore riguarda quello che succede con il procedere
della gara. Come ha ben detto Marina Mambretti durante la discussione
della tesi, i 400 m, oltre che una prova di velocità, sono
una gara a velocità calante. Da studi fatti sui finalisti
(uomini e donne) dai campionati del mondo, infatti, si è
visto che - se non si considera il primo tratto (nel quale si
è più lenti perché si deve partire da fermi)
- dalla seconda frazione di 50 m in poi c'è un continuo
calo di velocità: la frazione più veloce, in altre
parole, è quella dai 50 m ai 100 m; poi la velocità
si riduce via via e il tratto più lento è quello
dai 350 m all'arrivo. Questo succede perché subentra la
fatica; si tratta di una fatica che è "periferica",
ossia legata soltanto i muscoli, tanto che le analisi del passo
hanno dimostrato che in questi tratti la corsa cambia: il tempo
di volo diminuisce, il tempo di contatto con il terreno aumenta,
il passo si riduce in ampiezza. Nei muscoli degli arti inferiori,
infatti, da un lato si accumula acido lattico e dall'altro lato
c'è una fatica determinata dal continuo stiramento muscolare
e da altri fattori che vari studiosi hanno analizzato; tutto ciò
fa sì che i muscoli abbiano una ridotta capacità
generare forza.
Nel
caso di Pistorius, certamente c'è ancora affaticamento
a livello della coscia; ma questo affaticamento non si ha nelle
protesi in carbonio: negli ultimi metri essa si comporta esattamente
come nei primi. Per questo il suo passo si modifica in misura
minore e non si ha quel calo di velocità che, invece, è
la normalità negli altri atleti. E' per questo che Pistorius
(che è, in ogni caso, un ottimo atleta) nei 400 m di Roma
ha potuto correre gli ultimi 200 m in 22"72 contro il 24"06
della prima metà gara.
Le
protesi, in definitiva, danno sicuramente un grosso aiuto.
Qualcuno
ha sostenuto che, comunque, è giusto concedergli questi
vantaggi, considerando i problemi che ha avuto e che ha. A costo
di essere incluso fra i cattivi, però, sostengo che non
è assolutamente il caso di ammettere il sudafricano ad
una rassegna assoluta quali sono i campionati mondiali.
(Enrico Arcelli)
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